Fethia Moussa intervista Fethi Nagga

Fethi Nagga è docente di lingua e letteratura italiana presso l’Université de Tunis El Manar e Direttore del Bourguiba School de Tunis “Institut Bourguiba des Langues Vivantes”. Il professor Nagga è sposato con una italiana che a sua volta è docente presso il Dipartimento di Lingue Applicate presso l’Université de Tunis El Manar.

 

Posso chiederle innanzitutto di autopresentarsi?

Sono docente universitario da quasi quindici anni ed ho collaborato molto con diverse università italiane avendo io stesso studiato in Italia. Ho contribuito a creare il Dipartimento di lingue Applicate presso l’Université de Tunis El Manar, dipartimento unico nel suo genere in tutte le università tunisine. Attraverso il dipartimento si è creato uno staff e all’inizio abbiamo collaborato con l’Università Cà Foscari di Venezia, subito dopo con l’Università di Roma Tor Vergata quindi con l’Università di Palermo, scambiandoci reciprocamente studenti e docenti. Abbiamo avviato ultimamente un Erasmus Plus con l’Università di Palermo proprio nell’ambito dell’accordo siglato tra l’Université de Tunis El Manar e l’Istituto Superiore di Scienze Umanistiche. I rapporti con l’Italia si sono protratti e negli ultimi due anni, da quando sono direttore del Buorguiba, abbiamo iniziato una collaborazione che prevede l’insegnamento della lingua araba in alcune università italiane e l’insegnamento della lingua italiana in alcune università tunisine. Gradualmente gli interessi e gli scambi stanno coinvolgendo anche altri atenei e l’obiettivo è quello di creare dei percorsi tra le università italiane e quelle tunisine. Vorremmo creare un master per docenti di lingua araba in Italia e magari un master per docenti di lingua italiana in Tunisia. Al riguardo c’è un impegno anche del ministero preposto tunisino che intende agevolare e sostenere questa nuova esperienza.

Dopo il cambiamento sociale legato anche alle mutazioni politiche del paese e a seguito della deposizione del vecchio regime, ha potuto notare dei cambiamenti anche nel campo della formazione universitaria magari relativamente ai corsi di insegnamento. E se è cambiato qualcosa può dirci cosa?

Intanto sono incentivati gli incoraggiamenti alla collaborazione tra le università e questo ci ha permesso di fare più rapidamente questi scambi, anche se troviamo sempre delle difficoltà soprattutto finanziarie. Finanziare alcuni percorsi non risulta così facile. Abbiamo incontrato molte difficoltà soprattutto per gli spostamenti dei docenti e degli studenti tunisini verso l’Italia, quando invece è più facile ricevere l’Italia in Tunisia; esistono infatti una serie di problemi per il rilascio del visto e questo rappresenta un vero e proprio freno che speriamo di superare al più presto.

Sarebbe auspicabile una maggiore sensibilità dei paesi europei a facilitare uno scambio culturale che non dovrebbe sottostare a certe barriere che in realtà non dovrebbero esistere per la cultura.

Questo aiuterebbe moltissimo sia l’Italia che la Tunisia a capire proprio la realtà degli emigrati che vivono sia in Italia che in Tunisia. Credo fermamente che l’Università rappresenti l’unica strada, l’unico percorso che potrà consentire di avvicinare entrambe le culture.

Le risulta Prof. Nagga che dopo la rivoluzione sia aumentata l’emigrazione clandestina o è rimasta invariata rispetto a prima?

No, sicuramente il flusso è aumentato anche perché non c’è più lo stesso controllo di un tempo, quindi si sono aperte più strade per l’emigrazione clandestina.

A suo avviso il motivo della crescita dell’emigrazione è da imputare alla riduzione dei controlli o a stimoli sociali nuovi?

Motivi contingenti per emigrare ci sono sempre stati. Quanto al controllo è diminuito sicuramente perché il paese dalla rivoluzione fino ad oggi sta vivendo una libertà e una situazione che soffre anche dal punto di vista della sicurezza e ciò ha lasciato quasi del tutto via libera all’emigrazione clandestina.

Parlando proprio di sicurezza, è ipotizzabile che sia più pericoloso vivere in Tunisia oggi?

No, sul territorio tunisino si può vivere tranquillamente, sono le frontiere che sono meno controllate. Secondo me c’è chi chiude un occhio e molto dipende dalla sensibilità che hanno i governi proprio per poter mettere in sicurezza un po’ di più le frontiere.

Come vede la collaborazione fra la Tunisia e i paesi europei ed in particolare quella con l’Italia?

C’è una collaborazione comunque seria che però non è continua. A periodi di serietà estrema si alternano fasi di lassismo quasi totale.

Scusi professore se la interrompo ma gradirei sapere la sua opinione sulla coscienza politica del tunisino medio rispetto alla realtà politica attuale, in particolare sul cambiamento da una repubblica presidenziale a una democratica come l’attuale? Inoltre quale ruolo gioca l’aspetto religioso nella concezione politica?

Il tunisino anche nei tempi passati ha sempre avuto una coscienza politica, la vive però in ambiti chiusi tipo quello dell’università. Io ad esempio l’ho vissuta con piena coscienza solo al liceo e all’università e solo in questi ambiti in cui prima si parlava di politica. Fuori dalle università non si parlava affatto di politica. Parliamo degli anni ’80. Io ho passato gli anni ’80 all’università e sono stati anni di politica impegnata ma facevano politica solo quasi esclusivamente gli studenti. Ci sono stati dei momenti fra 1984 e il 1986 in cui si è vissuta una vera resistenza perché proprio politicamente non andava niente.

Parla forse dei problemi che ci sono stati in quegli anni a Kasserine e al sud della Tunisia prima dei fermenti, come ad esempio la questione degli operai delle miniere di fosfato?

Questi eventi in effetti sono recenti e sì i problemi con Kasserine ci sono sempre stati; però in questi ultimi anni sono aumentati i problemi e proprio a seguito di ciò si è andata formando una coscienza, e se vogliamo possiamo anche chiamarla una coscienza politica anche popolare; ma se ci rifacciamo a prima di allora dobbiamo parlare di una coscienza ristretta. Gli appartenenti alla sinistra e coloro che avevano una tendenza religiosa hanno creato due momenti clamorosi nella storia della Tunisia che hanno condotto alla rivoluzione del 2011. Abbiamo avuto un primo periodo di Bourguiba poi è subentrato Ben Alì e pensavamo o meglio speravamo tutti che Ben Alì portasse più democrazia invece gradualmente ci ha imposto una dittatura peggiore di quella di Bourguiba. Ovviamente ai tempi di Bourguiba non esisteva proprio nessuno spazio per l’attività politica, non era proprio consentito; ci sono stati alcuni anni proprio nell’ultimo periodo prima del 1987 che per un breve periodo i partiti politici si erano costituiti però non hanno mai praticato una vera e propria attività politica. È durata per qualche anno ma non c’è mai stata una vera e propria opposizione. Quindi dopo la rivoluzione ovviamente tutti quelli che erano stati oppressi politicamente hanno trovato spazio per agire e questa è stata una esperienza molto difficile. Insomma di fatto nessuno era preparato per fare politica tanto più in un campo in cui non vi era una esperienza politica precedente che poteva sostenere e contribuire a guardare avanti. E in queste condizioni il paese si è salvato soltanto grazie alla presenza degli intellettuali di sinistra e di destra, ma anche agli intellettuali religiosi, pur se va precisato che questi ultimi hanno creato talvolta un clima piuttosto scontroso; però più o meno si è riusciti a trovare una via di mezzo per calmare un po’ le acque e portare avanti questa democrazia molto recente che sta cercando di crescere. Permangono però i problemi, problemi grossissimi perché nessuno ha fiducia nell’altro, nessuno rispetta l’opinione dell’altro. Il popolo insomma è uscito per strada quando ha visto alcuni segni di decadenza totale quale lo statuto della donna, e quindi in quel momento si è creato un movimento che possiamo definire popolare non più diretto da partiti di politici ma dalla società civile che ha detto: basta oggi ci mettiamo noi a cercare di garantire i diritti del popolo.

Tutto è avvenuto sempre con una grande civiltà con un grande rispetto dell’altro, con un senso civico molto alto. Io mi sono trovata in Tunisia e devo dire che non ho mai visto gesti sconsiderati, non ho visto mai violenza, anche se la polizia qualche volta è intervenuta ma mai violenza. Una vera espressione di civiltà. Mi scusi professore io vorrei chiederle come vede il ruolo della religione all’interno della formazione politico culturale del tunisino medio. Come la religione incide e quanto pesa nella formazione politica poi del tunisino che si occupa di politica?

Nel tunisino che si occupa di politica la religione non è così fondamentale, ma risulta fondamentale per la maggior parte della popolazione: ciò dipende dal fatto che per un musulmano, anche se non praticante, certe cose non si possono toccare. Ne consegue che la religione assume un ruolo fondamentale. Però per alcuni che sono magari tendenzialmente di sinistra, di larghe vedute e con altri principi, la religione assume una minore rilevanza e questo rappresenta un aspetto molto positivo perché fa da contrappeso, insomma riesce a creare un po’ di equilibrio. I rappresentanti politici non si sono poi comportati in modo diciamo “democratico”, per aiutare questo paese a superare questo ostacolo, ed è stata proprio la società civile ogni volta ad intervenire per richiamare questi politici a tornare proprio a ragionare e a discutere e portare il problema su un piano che possiamo definire di discussione e non di scontro atto ad eliminarsi a vicenda. Sono proprio loro che hanno portato il dialogo nazionale, però secondo delle norme già stabilite sin dall’inizio per raggiungere quel risultato lì e avevano tutto per riuscire. Quindi non è una invenzione e se c’è stato un allungamento dei tempi è stato voluto; tutto ha funzionato e funzionerà e perché tutto questo funzioni bisogna mettersi d’accordo su come arrivare al punto di arrivo. Il Nadha fa parte oggi del panorama politico ed è giusto che il partito che ha più base (elettorale) deve assolutamente accettare di essere coinvolto anche in altri processi. Per realizzare una democrazia non puoi escludere qualcuno, non si possono trascurare le minoranze anzi devono essere garantite. Il Nadha ora è convinto che avrà il suo posto, un posto di discreto rilievo politico e quindi adesso ha abbassato proprio la guardia perché ormai una cosa è certa, ha il 40% dei consensi. Rimarrà con il 40 % e l’altro 60 % se lo dividono più partiti, quindi il Nadha rimane sempre nel panorama politico tunisino e oggi non porta più avanti un discorso religioso duro ma un discorso religioso moderato, anche dal punto di vista politico: per questo ultimamente tutto è cambiato e alcuni giornali tunisini lo riportano. Tutti quelli che erano contro o ancor meglio tutti quelli che si erano uniti contro un solo partito oggi si sono a loro volta divisi e si sono create delle alleanze con il Nadha, quindi anche coloro che divergevano oggi si trovano alleati con il Nadha. Tutto il panorama dell’attività politica è cambiato, non sono più tutti contro il Nadha. Oggi ci sono partiti che sostengono anche il Nadha tra cui il partito che sta al governo; quindi anche il partito che è al governo sostiene in qualche modo, pur senza dichiararlo pubblicamente, questo grande partito. La prova è che Beji Caid Essebsi, il presidente della repubblica tunisina, dopo aver esitato moltissimo ad andare al meeting del Nadha, alla fine si è deciso ed è andato: ha stretto la mano a Ghannūshī ed è in atto un grande cambiamento e speriamo, per il bene della Tunisia, che questo avvenga realmente e politicamente perché ne va proprio della sicurezza del paese.

Scarica l'intervista PDF

 

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported License