Paola Maria Minucci intervista Michalis Pierìs

Michalis Pierìs è nato a Eftagonia di Cipro nel 1952. Ha studiato teatro e letteratura all’Università di Salonicco prima e di Sydney poi. Ha cominciato a pubblicare poesia nel 1982, inizialmente con lo pseudonimo Michalis Eftagonitis. Con questo nome è uscita la prima raccolta poetica, Resurrezione e morte di una città (Atene, Planodion, 1991) in cui Pierìs affronta il tema fondamentale in tutta la sua produzione poetica successiva: la metamorfosi della città che si unisce ai temi dell’esilio, dell’emigrazione, del viaggio, dell’estraniazione e del ritorno. In questa sua prima raccolta si ritrova la scelta, nodale per la sua poesia, di una letteratura in movimento con poesie che nascono in “ volo”, in “navigazione”, in “treno”, in “gita”. Seguono, tra le altre, le raccolte poetiche Ritmo e paura (1996), La patria in sogno (1998), Metamorfosi di città (1999), Racconto (2002), Luoghi di scrittura (2005) e di nuovo Metamorfosi di città (Ikaros 2010). Negli stessi anni ha pubblicato anche opere teatrali e opere in prosa, articoli e saggi critici sulla poesia e su poeti come Kavafis, Seferis; ha tradotto in greco moderno teatro greco antico come anche diversi poeti stranieri (A. Nedim, Osip Mandelstam, Archibald Macleish, ?.D. Hope, J. Brodski e altri). È stato tradotto in diverse lingue europee e la sua poesia è stata pubblicata in volume a Roma, Palermo, Mosca, Parigi, Granada, Bucarest, Sofia e altrove.

 

Michalis, hai pubblicato la tua prima raccolta quando avevi quarant’anni, cioè a un’età matura. So però che pubblicavi già poesie in riviste letterarie fin dal 1983, quando avevi trent’anni. Ma quando hai veramente cominciato a scrivere?

Ho cominciato a scrivere da bambino. O, per essere più preciso, ho cominciato a comporre fin da bambino. Perché appartengo a quella generazione che a Cipro ha fatto in tempo a vivere, insieme all’esperienza pre-elettrica, anche l’esperienza della produzione poetica orale, ricorrendo a procedimenti e tecniche della memoria. Si imparavano a memoria ritornelli, versi e rimanevamo incantati di fronte a certe immagini poetiche e alla fine non si poteva non desiderare di imitare quegli artigiani o piuttosto tecnici del discorso poetico, che spesso erano semplici persone del popolo, contadini o operai, ma che tuttavia avevano un autentico talento poetico. Questo significa, naturalmente, che le mie prime poesie le concepivo nel dialetto cipriota e non nella lingua greca che imparavamo a scuola.

Ti ricordi qualcuna di queste poesie “orali”?

Sì, me ne ricordo alcune con nostalgia, soprattutto perché mi è rimasto impresso il ritmo e la loro musica, elementi che mi riempiono di nostalgia per la mia infanzia e giovinezza vissute a Cipro prima di espatriare. E naturalmente la mia poesia è influenzata dai ritmi e dalla melodia che racchiude in sé il dialetto cipriota, incredibilmente musicale.

Allora il titolo di una tua raccolta poetica che hai pubblicato venti anni fa (Ritmo e paura, Planodio 1996) ha a che fare con il ritmo della tua terra d’origine e la lingua locale?

Sicuramente. Credo che il mio rapporto con il mondo è cominciato con questo doppio sentimento: ritmo e paura. Dicono che la nostra infanzia è la matrice oscura di tutti i sentimenti che sviluppiamo più tardi. Il mio ricordo d’infanzia più lontano si lega proprio a questa esperienza. Il mio rapporto con il ritmo è un’idea quasi fisica, ma è anche legato alla memoria, alla mente e al pensiero.

Cioè il ritmo per te è all’origine dell’emozione poetica?

Sì, il ritmo di cui parlo è un qualcosa che sin dall’inizio è insito nella stessa emozione che dà origine della poesia. L’emozione, del resto, è un movimento ritmico. Il ritmo non s’identifica con il metro. Il metro è qualcosa di meccanico, il ritmo al contrario è un elemento vitale. Ha a che fare con la memoria e con il respiro del poeta, e per questo non si deve misurare con gli strumenti classici dei manuali della metrica, ma richiede un approccio di altro genere.

Cosa è per te il nuovo ritmo?

Il nuovo ritmo è il ritmo di ogni nuova epoca, ignoto ai più, che la poesia scopre. Riguarda una nuova percezione del movimento delle parole che proviene dal moto interno dell’emozione. E per quanto impercettibile sia questo nuovo movimento, è tuttavia diverso da quello tradizionale e il punto è proprio questo. Dante, per esempio, non aveva mai sentito il rumore delle automobili, degli aeroplani, né aveva mai visto il loro movimento né aveva vissuto il ritmo del treno, della metropolitana o di un bombardamento aereo. Di conseguenza, l’idea del ritmo nella sua poesia non può somigliare al ritmo di un poeta del dopoguerra del XX secolo. Possono esserci analogie, dal momento che i due ritmi nascono dentro la lingua, ma non sono identici. Il ritmo è innato nell’epoca e nella personalità di ogni poeta. Un tempo era soprattutto in rapporto con il respiro della natura. Oggi è soprattutto in rapporto con il respiro della città.

Parliamo ora della lingua poetica. Nella nostra epoca molti poeti danno l’impressione di parlare soprattutto con la lingua della pubblicità, del cinematografo, dei media e delle varie forme di comunicazione e molto meno con la lingua della tradizione poetica. Qual è il tuo parere?

Il poeta scriverà certo tenendo conto di tutte le nuove forme e tecniche espressive della sua epoca (anche dei giochi di parole, degli slogan o dei messaggi che si mandano con i cellulari e più in generale della lingua dei computer e di internet). D’altra parte però il dialogo con la tradizione poetica è continuo, solo che ogni volta avviene sotto diverse condizioni. È così e non può essere diversamente. Per quanto mi riguarda, io sento dentro di me le voci della tradizione poetica (non solo di quella greca, ma anche di quella europea). Quello che provo è che tutti i poeti che amo (da Omero e Euripide e fino a Dante e Petrarca, da Kornaros e Solomòs fino a Kavafis, Eliot e Seferis) sono dentro di me. Li abito e mi abitano. Mi appartengono e io appartengo a loro. Per ogni cosa che sto per scrivere sento di avere una grande responsabilità nei loro confronti. Non perché devo scrivere come loro, ma perché devo scrivere anche presupponendoli. Scrivo circondato da molte voci. Le voci di quanti vivono intorno a me e le voci dei tanti e tanti poeti che ho amato e che amo. È come se mi trovassi in un giardino pieno di uccelli che cantano. E devo distinguere quelli che cantano bene (che hanno per me un bel suono), ma devo anche ascoltare la mia voce. Questa è l’esperienza più bella, direi la più entusiasmante alchimia in questa avventura della scrittura poetica.

Michalis, nella tua poesia il viaggio è, in genere, molto presente...

Nella mia vita ho molto viaggiato e continuo a viaggiare molto. Il viaggio dunque nella mia poesia presuppone o piuttosto contiene elementi della realtà. Talvolta però si fonde con esperienze immaginate. Altre volte è un viaggio onirico o vagheggiato. In Metamorfosi di città (Roma, Donzelli 2008) questi significati si mescolano. Il luogo, l’inquadratura, l’ambientazione si possono basare su particolari reali che in ogni luogo fermano la mia attenzione, poi però (riguardo alle sensazioni che mi trasmettono il luogo o i fatti descritti nella poesia) le cose si confondono. Nemmeno io so dove finisca la realtà e dove cominci la fantasia. Non so neppure quale sia la forma realmente incontrata. La ragazza che vendeva oggetti d’arte in un negozio a Granada, Torquato Tasso a cui ho offerto un bicchiere di vino in una osteria a Ferrara, o Eleonora d’Aragona, oppure la leggendaria regina di Cipro che ho incontrato in una statua di marmo in un museo a Palermo.

Qual è il tuo rapporto con la religione?

Il mio rapporto con la religione si è andato limitando piano piano a pochi elementi della nostra tradizione religiosa. Come persona non mi basta (e questo lo dico con tristezza) la promessa fatta dai vari profeti di un’altra vita, una vita eterna. Sono sempre più interessato alla quotidianità di questa nostra vita, certa e reale, all’ideale tangibile di un rapporto onesto con il tempo presente, e sempre più mi interessa l’opera dell’uomo che ferma il tempo (anche se per poco). Se raggiungo qualcosa di simile con la mia poesia (e ci sono momenti in cui ho l’illusione di provare questo sentimento di vittoria sui vincoli del tempo e sulla schiavitù dell’ambiente sociale circostante) allora sento una strana pienezza, un sentimento di liberazione da tutte le molteplici trappole della vita di ogni giorno e della miseria del perbenismo, dei patti sociali della dominante ipocrisia.

Un’ultima domanda che riguarda il carattere politico della tua poesia. In genere hai scritto in maniera molto indiretta della tragedia che ha colpito Cipro nell’estate del 1974, con i suoi profughi, i tanti dispersi e le patrie perdute. È una tua scelta consapevole?

Sì, preferisco un riferimento indiretto, una sorta di trasposizione. Per esempio ho scritto una poesia nata a Palermo e in cui si parla della morte di una bella ragazza che voleva volare nuda sopra il filo spinato ed è stata uccisa dagli spari di soldati, molto probabilmente di ambo le parti (sia Greci che Turchi). Ero allora sotto il forte effetto di un’esperienza molto dura che ritengo sia stato il punto di partenza di questa poesia. A Palermo in quei giorni si respirava un’aria di violenza e di paura ed era piena di soldati armati che la tenevano sotto controllo per probabili attacchi della Mafia. E ogni volta che leggo la poesia scritta in quei giorni, intitolata «Memoria di luna a Palermo», sento che per me si riferisce anche al destino di Cipro.

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