Neira Mercep intervista Tatjana Gromaca

Tatjana Gromaca (1971) poetessa, scrittrice e giornalista croata: sin dal suo esordio letterario suscita grande interesse nel pubblico e nella critica letteraria non solo croata ma anche straniera: prova ne sono i numerosi premi letterari conseguiti negli ultimi anni. Con l’autrice abbiamo voluto approfondire alcuni aspetti del suo romanzo d’esordio, il Crnac (Zagreb, Durieux, 2004). Crnac è il nome del piccolo paese in cui si svolge l’azione, situato a sud-est dalla capitale croata; il nome allude però anche all’“altro” per antonomasia: il nero, l’uomo di colore, il diverso. “Diversa” è anche la piccola protagonista del romanzo, nata da una madre serba, e cresciuta durante l’ultima guerra.

 

Nel suo romanzo Crnac, la protagonista, una ragazza nata in una famiglia etnicamente mista, racconta della guerra, del periodo postbellico e di una imperante deumanizzazione che riduce l’essere umano a un conglomerato di pulsazioni primarie, prima di tutte quella della paura, rivolte alla mera sopravvivenza fisica, in assenza di una gamma emozionale positiva che in ultima linea porta all’inespressività emozionale di una società intera. Quanto era importante far vivere sulla scena letteraria croata il tema dell’appartenenza alla minoranza etnica considerata nemica, e quanto questo è stato importante anche al livello della ricezione internazionale della sua opera?
Credo sia importante che questo tema esista in ogni società, ovverosia nella mente di ogni essere umano, di ogni abitante di questo nostro pianeta. L’appartenenza etnica non dovrebbe essere un deterrente, qualcosa che ci divide o che ci raggruppa in una struttura binaria noi/altri. È solo un ornamento, una decorazione sull’abito di un uomo, una storia, un mito, un artificio umano, niente di essenziale. Essenzialmente, le nostre anime sono molto più grandi e gli uni con gli altri creiamo un insieme capace di sopravvivere solo in presenza di un’energia, dell’energia d’amore, di comprensione, di compassione. Di questo parlano tutte le filosofie che conosciamo, tutte le opere d’arte. Tuttavia, le società, quelle con potere e denaro, hanno lo scopo di annebbiarci la vista e di offuscarci la prospettiva per facilitare la manipolazione e nella grande maggioranza dei casi per semplice profitto. Così diventiamo schiavi delle idee, serviamo il popolo o la patria andando in guerra per conquistare dei territori, casualmente quelli ricchi di petrolio… Quanto al successo internazionale dell’opera, credo non sia ancora avvenuto in modo così capillare come lo vede lei.

Nella stagione teatrale 2008/09 il Teatro nazionale di Fiume ha portato in scena Crnac, un riconoscimento dell’importanza del tema, naturalmente in primis basato sul suo esito letterario, nonché il segno di un mutamento politico-culturale e sociale, intento a smorzare gli angoli del passato recente, in modo da iniziare a porsi delle domande sconvenienti. Che cosa pensa dell’adattamento teatrale del drammaturga Lupi e del regista Janezic?
Ne sono soddisfatta. Diciamo che l’adattamento è un po’ più comunicativo e più piacevole del romanzo. Il teatro, e per di più un Teatro nazionale, deve attrarre il pubblico, poiché ci sono in mezzo anche dei bei soldi… Sarebbe un compito ingrato paragonare il teatro alla letteratura, le differenze sono enormi, almeno mi sembra così. Il teatro, almeno quello tradizionale, nasce dal testo, mentre la letteratura non ha alcun sostegno al di fuori dalla vita stessa e dallo spirito umano.

Sarebbe stato possibile raccontare la storia di una bambina, la cui madre riceve le visite “in via del tutto amichevole” delle forze dell’ordine croate, intente a scoprire quanto quell’essere nato dal grembo nemico, ossia serbo, si sia adattato alla vita croata, fuori dal contesto della società croata degli anni Novanta del secolo scorso?
In verità io ho cercato di raccontare tutto ciò fuori sia dal contesto temporale, sia da quello spaziale. Una distanza temporale dovrebbe dimostrare l’esito o meno di questo tentativo.

Oltre all’analisi degli anni Novanta dal versante croato ma anche da quello serbo, il romanzo possiede la dimensione di un racconto universale, rivolto non solo a capire e a non giudicare l’altro anche quando ci fa del male, ma affronta anche quesiti molto contemporanei, quali l’alienamento, lo straniamento umano, l’incomunicabilità individuale e collettiva, in generale una complessa rete di rapporti-scontri basati sulla cattiva comunicazione (il non detto) e sulle incomprensioni familiari ed interumane. L’esempio ne è la protagonista: da studentessa si sente addosso il presagio di tutti i futuri fallimenti, dichiarando che da studenti si è tristi, ma non quanto lo si sarà per il resto della vita, mentre già da bambina vive gli spazi lavorativi dei genitori come luoghi di detenzione, di modellatura a stampino forzata. Più precisamente intravede un vero campo di concentramento limitato dal ferro spinato nel caso della ferriera del padre e, sulla falsariga kafkiana, un mastodontico e temibile palazzo burocratico che ingoia le vite nel caso della madre. Tristezza e costrizione come l’emblema del malessere contemporaneo?
Si potrebbe dire anche così, per cui non sarebbe male iniziare la ricerca di un nuovo e diverso pensiero e modello di vita. Diciamo che i modelli fin qui raccontati sono logori e che sarebbe l’ora che la mente umana iniziasse a evolvere verso l’alto. Credo che noi non siamo qui per essere gli schiavi di qualcuno, per servire qualche corporazione e per vivere un’esistenza triste, del tutto inconsapevoli delle nostre capacità e del nostro grande potenziale che contraddistingue ognuno di noi. In egual modo, anche il pianeta sul quale viviamo, e rispetto al quale ci comportiamo in modo terrificante, è un luogo paradisiaco. Se l’essere umano fosse un poco più attento a conoscere se stesso e le sue capacità, intento ad ascoltare la propria voce interiore, vivrebbe una vita più vicina, più idonea alla propria natura. Per farlo, naturalmente ci vuole del coraggio, voglia di rischiare, ma credo che valga la pena almeno provare a cercare un modello di vita consono, senza accettare ciecamente quelli già prefabbricati, incompatibili con la nostra vera natura. Tuttavia, la gente preferisce principalmente l’insoddisfazione e la commozione, ma questo forse un giorno cambierà, bisogna crederlo.

Nel suo romanzo la guerra non miete solo le vittime umane e la loro umanità. Oltre al disturbo post traumatico da stress, l’appiattimento emotivo e la classificazione su base etnica presente sin dalle scuole elementari, la guerra falcia anche la natura. Ne è l’esempio il finale del suo romanzo, la descrizione del devitalizzato ciclo invernale, con campi color cenere, privi di vegetazione o coperti di neve, ma animati da uccelli che, al pari di esseri umani, a loro volta vivono la condizione di profughi e di rifugiati, e non sono intenzionati a tornare nel loro habitat primario, dal quale sono fuggiti dietro le bombe e la distruzione. Contro di essi e contro i loro ingordi attacchi sugli “indifesi” alberi di pero, il padre della protagonista impunta un fucile. C’è qualche messaggio velato contro quest’abitudine di combattere contro gli altri uomini e contro la natura impugnando sempre e solo un’arma?
Non direi. Il messaggio è che si tratta di un percorso sbagliato. Spero che il mio manoscritto, il modo in cui viene narrata la storia, presenti altri possibili e forse anche più giusti percorsi da intraprendere.

È appena uscito il suo nuovo romanzo. È sulla scia dei suoi precedenti lavori, rivolti al racconto dell’altro, etnicamente diverso o semplicemente non uniformato, della vita raccontata dai suoi margini sociali, oppure si limita ad affrontare i temi delle periferie zagabresi, senza trascurare però un’attenta analisi della società croata, chirurgicamente precisa e tagliente?
Il romanzo Bozanska djecica (I divini bambini) è uscito in questi giorni per la casa editrice zagabrese, la “Fraktura”. Da come lo vivo io, il romanzo è un certo completamento di Crnac. In esso tratto le conseguenze della guerra, e in particolare le vicende della protagonista, sempre appartenente alla minoranza etnica, sulla quale si rifrangono in modo molto profondo quelle conseguenze. I divini bambini tematizza la malattia, quella mentale, quella che si ciba dell’essere umano modellato come uno stampo contorto e ipocrita imposto dalla società malata, dal presente colmo di bugie e di manipolazioni, quello stesso nel quale viviamo tutti noi.

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