Costanza Lindi intervista Maurizio Soldini

Maurizio Soldini è nato nel 1959 a Roma, dove vive tutt’ora.
Insegna Bioetica presso l’Università la Sapienza di Roma. Scrittore, medico e filosofo ha pubblicato numerosi saggi ed articoli scientifici su riviste internazionali.
Ha collaborato con il Messaggero, collabora tutt’ora con il quotidiano Avvenire e con diversi blog e riviste letterarie online.
Tra le raccolte di poesie abbiamo: Frammenti di un corpo e di un'anima (Aracne, 2006), In controluce (LietoColle, 2009), Uomo. Poemetto di bioetica (LietoColle, 2010), La porta sul mondo (Giuliano Ladolfi Editore, 2011) e Solo per lei. Effemeridi baciate dal sole (LietoColle, 2013).

 

Da una formazione e una professione strettamente legata alla scienza come sei arrivato a scrivere e quando hai conosciuto e ti sei interessato alla poesia?

La poesia è stata da sempre nelle mie corde al primo posto dei miei interessi e delle mie aspirazioni. Dirò di più. La letteratura, ma in particolare la poesia, e con questa la critica, hanno fatto parte da sempre del mio essere. Già da bambino la poesia mi prendeva, la sentivo profondamente, mi entrava dentro, mi emozionava, esaltava il mio sentire interiore e il corrispettivo fisico era il cuore in gola. E quando frequentavo la scuola elementare e le scuole medie inferiori amavo imparare a memoria le poesie, che mi piaceva recitare sia in classe sia in casa, dove passavo diverso tempo a leggerle e a rileggerle a voce alta, declamandole, per la gioia (sic!) di mia madre, che spesso ne usciva fuori stonata. Così come mi piaceva cercare di interpretarne il significato, attraverso i commenti, che erano in qualche modo un fare ‘critica’ in embrione. Mi affascinava la parola e la sua musicalità. Ma mi affascinava anche il significato o quantomeno il senso che la parola sapeva trasmettermi. Ma devo essere sincero. Si deve essere portati alla poesia, ma bisogna avere anche un po’ di fortuna e incappare in insegnanti, che amino e di conseguenza ti facciano amare la poesia. E per me è stato così. La mia maestra, la maestra Alberini, e la mia professoressa di italiano, la professoressa Rella, davano molta importanza alla poesia. Ricordo perfettamente che portai all’esame di licenza media alcune poesie, imparate rigorosamente a memoria, di Umberto Saba, Giuseppe Ungaretti e Eugenio Montale. Eravamo all’inizio degli anni Settanta e posso dire, ora, che i miei insegnanti erano davvero “avanzati” come capacità di programmazione scolastica. Poi sono arrivati il Ginnasio e il Liceo Classico, frequentati all’Orazio di Roma, dove ho avuto la possibilità di avere ottimi docenti, che mi hanno dato modo di poter approfondire la mia predisposizione soprattutto alle discipline umanistiche. E lì ho incontrato negli ultimi anni di Liceo il Preside, famoso latinista e letterato, il Professor Silvio Pelosi, studioso in particolare di Dante e Manzoni, che mi introdusse allo studio dello strutturalismo e volle che approfondissi le tematiche della critica strutturalista in confronto con le altre correnti critiche allora in voga. Studio che mi appassionò tantissimo e che ancora oggi mi porto dietro. E che mi fa muovere piuttosto bene nel campo della teoria della letteratura e della critica. E non dimenticherò mai quando comunicai al Preside, col quale ero entrato in sintonia, che mi sarei iscritto alla facoltà di Medicina. Non poteva crederci e fece di tutto per dissuadermi cercando di convincermi affinché mi iscrivessi a Lettere. Ma non ci riuscì. Ricordo che dopo la maturità, quando ero già iscritto alla Facoltà di Medicina, - i corsi allora iniziavano a novembre -, i primi di ottobre, all’inizio dell’anno scolastico, andai a salutare, con un po’ di nostalgia, i miei professori e allora il Preside mi propose di fare supplenza di latino e di italiano nella mia ex sezione, dacché avevano qualche difficoltà a reperire il supplente. La qual cosa mi inorgoglì, ma nello stesso tempo mi fece entrare in crisi, perché comunque le lettere continuavano ad appassionarmi e io invece ero ormai una matricola di Medicina. Per fortuna ci furono difficoltà col provveditorato e questo mi aiutò a uscire dalla crisi e da possibili ripensamenti e cambi di facoltà. Riguardo alla scelta di immatricolarmi a medicina, ancora oggi, neppure io riesco a darmi una spiegazione. Scelta che comunque onorai, perché mi appassionai allo studio della medicina e conclusi gli studi laureandomi anzitempo, in soli cinque anni e una sessione, anziché in sei anni, a pieni voti e con la lode.
Ho preso alla larga la domanda e sono partito da lontano, ma in tal modo rendo meglio l’idea di come per me non sia stato un arrivo inaspettato e di primo acchito alla letteratura e alla poesia, ma in qualche modo è stato un ritorno, un vero e proprio nostos, dal momento che, come ho detto, la partenza avveniva da una formazione non proprio scientifica, ma direi piuttosto umanistica, anche perché al Ginnasio e al Liceo ho fatto uno studio davvero “matto e disperato”, che comunque ancora oggi mi porto dietro nel mio “bagagliaio” culturale, se non altro materialmente, poiché acquistavo già allora libri in gran quantità, che divoravo e che andavano sempre più a infoltire la mia biblioteca, che ora contempla migliaia di volumi. E i libri sono stati da sempre un’altra mia passione. Sempre durante gli anni degli studi superiori ho potuto dedicarmi alla lettura di quanti più poeti potevo. Un libro per me importante fu Poesia italiana del Novecento a cura di Edoardo Sanguineti, che mi servì per farmi da battistrada e per introdurmi nel mondo della poesia contemporanea. Naturalmente in quel periodo, ma per certi versi ancora oggi, Leopardi rappresentava per me il non plus ultra della poesia. La stessa cosa, anche se in tono minore, valeva per Dante e Petrarca. Poi arrivò la passione per Cesare Pavese, di cui lessi quasi tutto e in particolare fui colpito dalla poesia di Pavese, - che spesso ritrovavo anche nella sua narrativa, - che mi aiutò a entrare sempre più addentro alla contemporaneità. Fintanto che mi immersi nella lettura di Ossi di seppia di Montale, che da allora continua a essere il mio punto di riferimento maggiore nel campo della poesia. Leggevo molto. Leggevo di tutto e di più. Ma leggevo soprattutto i poeti. Fintanto che una bella mattina d’estate del 1975, sedicenne, mi ritrovai a scrivere dei versi sul balcone di casa. Da allora non smisi più. Nel 1979 avevo scritto già un centinaio di testi, che raccolsi in un dattiloscritto che, incoscientemente, inviai a Milano in via Bigli a Eugenio Montale, il quale ebbe la bontà di rispondermi con un bigliettino dove definiva i miei testi “versi non privi di interesse”. Ne fui davvero contento. E ancora oggi conservo quel biglietto firmato dal Nobel come una sacra reliquia. Ma allora il dovere mi chiamava a ben altro. E così per un periodo, non breve, ma neppure troppo lungo, mi sono dovuto dedicare allo studio della medicina prima e alla specializzazione poi e quindi mi sono dovuto introdurre nel mondo del lavoro. Al punto che per circa una quindicina d’anni mi sono dovuto dedicare a tempo pieno alla medicina e… alla sopravvivenza, allontanandomi da un mondo, quello letterario, che comunque continuava a chiamarmi. Nel 1989 cominciai a lavorare all’Università La Sapienza, dove continuo a lavorare tutt’ora, come medico universitario presso il Policlinico Umberto I, prima a tempo determinato e successivamente di ruolo. Fu così che potei tornare ad avere più tempo per dedicarmi ai miei studi e alle mie amate letture in campo umanistico. Mi facilitò dai primi anni Novanta l’avvento di una nuova disciplina di cui allora si cominciava a parlare, la Bioetica, di cui cominciai a interessarmi in un percorso che dapprima mi portò a frequentare un corso di perfezionamento in storia della medicina e bioetica alla Sapienza col filosofo Massimo Baldini e quindi un altro corso di perfezionamento in bioetica alla Cattolica con Elio Sgreccia. Di lì a iscrivermi alla Facoltà di Filosofia a Roma Tre non passò molto e così mi laureai in Filosofia morale con Leonardo Casini e Paolo Nepi. Ora sono circa venti anni che insegno bioetica e discipline filosofiche alla Sapienza in diversi corsi di laurea della facoltà di medicina. E per due mandati ho fatto anche parte del Direttivo della sezione romana della Società Filosofica Italiana. Insomma a un certo punto ho avuto modo di ritornare ad avvicinarmi in modo consistente al mondo delle discipline umanistiche. Mi sto dilungando. Cerco di essere breve e di accorciare. In filosofia il mio approccio è anzitutto continentale e non analitico, per quanto mi sia interessato e abbia scritto qualcosa anche su Wittgenstein. E in tale contesto i miei punti di riferimento sono autori come Heidegger e Gadamer, per quanto attiene all’ermeneutica, e quindi il nostro Pareyson, che fa fa da ponte ad altri autori come Marcel, Mounier, Maritain, Ricoeur, e quindi al personalismo filosofico. A questi vanno aggiunti, tra altri autori, Aristotele, Tommaso, MacIntyre, Abbà, Nussbaum che si rifanno, tutti, alla filosofia pratica declinata secondo l’etica delle virtù, il cui approccio mi è maggiormente congeniale. Nella misura in cui la filosofia pratica fornisce la possibilità di mirare a un ethos nel quale le virtù morali implicano un’importanza non secondaria della letteratura a formare l’habitus di ciascun essere umano ai fini di raggiungere il bene personale e sociale nonché una sempre maggiore umanizzazione delle pratiche. E in questo soprattutto la Nussbaum ha dato le maggiori argomentazioni nel dare la dovuta importanza al ruolo della letteratura per diventare sempre più virtuosi. In tal modo ho avuto la possibilità di chiudere il cerchio. Partito da una formazione liceale umanistica sono passato a una formazione accademica e a pratiche scientifiche (anche se dovremmo soffermarci di più sulla pratica della medicina, “scienza” sì, ma sui generis) per ritornare nuovamente a una formazione umanistica a livello accademico, tout court filosofica, per approdare infine, con un ritorno alla letteratura, che ha significato in qualche modo la quadratura del cerchio con il venir meno della nost-algia dacché si è compiuto il definitivo ritorno nella casa madre, che è la poesia, nei momenti della sua lettura e della sua scrittura. In particolare, alla fine degli anni Novanta ho ricominciato a recuperare il tempo perduto e mi sono messo a leggere con voracità i maggiori poeti della seconda metà del Novecento e anche quelli che cominciavano allora ad emergere. Insomma, volevo guardarmi in giro e confrontarmi con l’attualità. Inoltre riprendevo a leggere anche i testi di critica letteraria e le riviste. Da lì a tornare a scrivere non è passato molto. Fatto è che nel 2003 stimolato e aiutato da alcuni fatti biografici, che non sto qui a dire, ma soprattutto ispirato da quella che potrei definire tranquillamente la mia musa, - ovvero la donna, finalmente incontrata, della mia vita, - ho ripreso a scrivere con lena, con una frequenza con la quale non lo avevo mai fatto prima. E allora ho cominciato a mandare i miei testi in giro agli addetti ai lavori, in particolare ai poeti laureati, per saggiare le loro reazioni. Tra gli altri contattai Giuseppe Conte, Roberto Mussapi, Maurizio Cucchi, Valerio Magrelli, Dante Maffia. I ritorni furono piuttosto incoraggianti e così presi forza e cercai ulteriori contatti al punto da introdurmi in un mondo che sentivo e sento sempre di più mio, nel senso dell’appartenenza. Poi ci fu un episodio, anzi più di uno, che mi convinse a sciogliere le vele e a navigare nel mare magnum delle lettere. Maurizio Cucchi teneva allora su La Stampa nel settimanale Tuttilibri una rubrica, Dialoghi in versi, dove commentava i testi che gli inviavano i lettori, dando preziosi consigli, bacchettando dove era necessario farlo, ma qualche volta anche elogiando e incoraggiando, soprattutto quando sceglieva un testo da pubblicare per intero. Insomma per ben tre volte in un paio di anni Cucchi commentò tre miei testi e una volta pubblicò Van Gogh, che faceva parte di una raccolta inedita, che quindi decisi di pubblicare. Così nel 2009 uscì per l’editore LietoColle, con la prefazione di Stefano Verdino, In controluce, che praticamente è il mio primo libro di poesie, anche se nel 2006 avevo pubblicato parte di quei testi, i miei primi tentativi poetici, che avevo mandato a Montale.

Quali sono le voci che più ti hanno aiutato nel tuo percorso di scrittore e poeta, quali sono stati i tuoi maestri?

Devo dire soprattutto una cosa. Montale ha sempre detto che il “semenzaio” della poesia sono i libri di narrativa così come i libri di filosofia. Nel senso che un poeta non può pretendere di scrivere senza un confronto con gli altri poeti, certamente. Ma soprattutto non può scrivere opere di poesia se non si abbevera alle fonti di una cultura, che deve essere praticata in lungo e in largo, conoscendone quante più implicazioni possibile, che facciano da tramite con le esperienze di vita a trecentosessanta gradi. Insomma un poeta non può non essere un intellettuale. Questo mi fa venire in mente quello che durante gli anni del Liceo ero solito dire rispondendo alla domanda che spesso mi veniva rivolta riguardo quello che avrei voluto fare da grande. Dicevo che avrei voluto fare l’intellettuale, sulla spinta emotiva, - volendoli emulare, - di quello che era stato Cesare Pavese e di quello che allora rappresentava per il mio immaginario e di quello che in quel periodo rappresentava e aveva rappresentato per la nostra generazione Pier Paolo Pasolini, che allora apprezzavo più per i suoi interventi corsari, critici e politici, che non per la sua poesia, che avrei invece apprezzato in seguito. Mia madre non capiva e con la sua ingenuità mi chiedeva che cosa fosse un intellettuale e io cercavo di spiegarlo. Ma non riusciva a capacitarsi. Anche perché per lei l’intellettuale non poteva essere collocato nel mondo del lavoro. Non ho mai nascosto le mie umili origini e dal punto di vista sociale e da quello culturale. E non l’ho fatto perché tutt’al più questo può essere tutto tranne che un demerito o un qualcosa di cui vergognarsi. Perché quel che conta non è l’origine umile o principesca, il rango culturale o sociale elevato, ma l’onestà morale che conferisce dignità alle persone che la esercitano a prescindere. E le mie origini, i miei genitori, per quanto umili e mi sia concesso, povere, sono state oneste e dignitose. E per me questo è stato un grande insegnamento di vita per il quale sono riconoscente a mio padre e a mia madre, che sono stati i miei primi maestri, che ora mi ritrovo anche nel fare poesia, che spero rispecchi una vita onesta e di conseguenza una poesia onesta. Ho divagato e rientro prontamente nei ranghi. Non saprei dire quali sono stati i maestri e le voci che mi hanno aiutato a scrivere. Oppure sì, a far mente locale. Certamente tra i numerosi filosofi che ho letto direttamente, ritengo che i miei riferimenti siano quelli di cui sopra. Direi che le voci che mi hanno influenzato sono comunque tante. Anzi sono tutte le voci, e mi riferisco alle vere voci, udite con le orecchie di carne, nelle quali mi sono imbattuto nel mio percorso esistenziale. Di persona. Oppure “udite” attraverso la loro scrittura. I loro libri. E in questo frangente storico anche attraverso quello che ci si dice sui social come Facebook, che se usato in un certo modo è davvero indispensabile per conoscere conoscersi e confrontarsi. Ma torniamo allo specifico della domanda. Mi chiedi quali sono stati i miei maestri e le voci che hanno avuto maggiore influenza su me. Posso dire che i miei maestri sono stati tanti e nello stesso tempo nessuno. Nel senso che se devo attribuire il termine di maestro a qualcuno col quale ho avuto un rapporto diretto nella realtà devo dire di non avere avuto nessun maestro. Se invece ci riferiamo alle voci e alle poetiche e ai filoni culturali che possono avermi aiutato nel mio percorso di scrittura e di poesia certamente i nomi ci sono e sono piuttosto numerosi. In quanto al di là di alcuni nomi che sono punti di riferimento principale, ve ne sono numerosi altri da cui ho preso quanto a me congeniale. Devo dire che mi ritengo piuttosto eclettico in quanto a poetica. Ad esempio in alcuni componimenti non disdegno il minimalismo. In altri tendo ad evitarlo. In altri testi ricerco una parola che voli alta. E difatti non disdegno di usare numerosi registri. Un poeta completo dovrebbe essere in grado di viaggiare sia sul pedale alto che su quello basso. Perché la poesia deve essere in qualche modo specchio e mimesi della realtà e un uomo non può essere completo se non sa volare alto e anche basso, se non sa sia piangere oltre a ridere e così via. La poesia è soprattutto quella “vita in versi” che Giovanni Giudici ha voluto donarci e come creazione sua propria, davvero ammirabile, e come poetica che molto spesso cerco di seguire quando tento di mettere in versi la vita prendendo spunto dall’esistenza. Ed eccomi al dunque. Giovanni Giudici è per me un maestro e una voce autorevole, che ho scoperto successivamente alle altre voci che ho nominato più sopra, come Pavese, Pasolini, Montale. Giudici è un faro a cui in questi ultimi anni guardo sempre più insistentemente. Ma le voci a cui corro dietro sono davvero numerose. Come Luzi, Bigongiari, Sereni, Caproni, Saba, Pasolini, Fortini, Rebora e molti altri che ora dimentico non perché siano meno importanti, ma per la debolezza della mia memoria. Ognuno apprezzato per aspetti sui quali sorvolo per non dilungarmi. Tra gli stranieri apprezzo in modo particolare Eliot e Celan. Tra i nostri classici Dante soprattutto e Petrarca. Leopardi è lì a sovrintentendere un po’ tutta la situazione, da lontano, ma pur sempre in modo ravvicinato. Fermo restando, però, che per una lunga serie di motivi il faro principale rimane per me Eugenio Montale. Tra le voci attuali ritengo maestri Conte e Cucchi. Conte con il suo magistero romantico basato sul mitomodernismo da lui co-fondato; Cucchi per il suo vezzo esistenzialista e fenomenologico di una quotidianità in contesto, portata avanti sulla falsariga di un Risi, un Sereni, un Raboni e soprattutto un Giudici. Mi piacerebbe spendere qualche parola in più per parlare di alcune altre voci a me care, ma sono davvero numerose e temo di dimenticarne qualcuna. Mi si lasci qui ricordare comunque Sandro Penna, Elio Pecora, e poi ancora Beppe Salvia, Gino Scartaghiande e Renzo Paris, che fanno parte della scuola romana fiorita negli anni Settanta, a cui appartenne anche Dario Bellezza, che pure apprezzo moltissimo.

Come poeta e come medico, cosa ti affascina più dell’essere umano?

“Molte sono le meraviglie, ma nulla è più portentoso dell'uomo”. Inizia così il Primo Canto del Coro intorno all’altare, nell’Antigone di Sofocle, che qui riporto nella traduzione di Camillo Sbarbaro. Mi ha sempre affascinato questo passaggio dell’Antigone a sottolineare il prodigio, il mistero, per certi versi l’insondabilità della creatura terrena, che ha nome uomo, per il fatto che è davvero difficile capirlo. Capirlo e spiegarlo. Averne una spiegazione dalla scienza, che pure, nonostante tutto, ha ancora molto da dire e da sondare e analizzare. E le sue sintesi sono molto più deboli delle analisi. Mentre è più semplice fare opera di comprensione e in questo ci aiutano assai di più le discipline umanistiche. In modo particolare la poesia che riesce a sondare il mistero di questa unitotalità che perfino la filosofia ha provato a ridurre a un dualismo, che seppure ha portato qualche utilità, alla fine ha complicato le cose nella misura in cui ha reso possibile una schizofrenia dell’anima dal corpo. Ecco perché mi piace, invece, il personalismo filosofico, perché fa salva l’unitotalità somato-psichica-spirituale dell’uomo come persona, facendo un ritorno alla filosofia antica e medievale e mandando in deroga, per certi versi, la modernità. Ma è un discorso troppo lungo e pertanto mi fermo. E volendo concludere questa risposta con una battuta, che poi non è neanche tanto una battuta, dico che quel che più mi affascina di un essere umano è la sua capacità creativa, l’élan artistico, e soprattutto la capacità di essere poeta. Possiamo continuare a dire che l’uomo è un prodigio, di Dio, se si è credenti, o della natura, se non lo si è, ma il poeta lo è ancor di più e per antonomasia, poiché la poesia è quanto di più prodigioso e portentoso esista al quale l’uomo può avere accesso, nella misura in cui si fa sacerdote e custode della parola, questo altro miracolo che insieme alla libertà caratterizza l’essere umano.

In una poesia scrivi: “Se mi chiedessero dov’è l’origine del canto / non esiterei a rispondere i verdi campi / attorno a Montesacro”. Quanto l’origine di un uomo influisce sul suo fare poesia? Quanto il poeta è influenzato dall’ambiente in cui vive oggi?

Montesacro è una poesia, una delle poesie alle quali tengo maggiormente, che ho voluto dedicare a Giovanni Giudici. Montesacro è il quartiere di Roma, dove sono nato. A un certo momento, qualche anno fa, leggendo la biografia di Giudici vengo a sapere che per un periodo della sua vita aveva abitato nello stesso quartiere dove ero nato. A quel punto ho un flash. La memoria mi dice che spesso da bambino sentivo i miei parlare di una famiglia, i Giudici, che abitavano proprio davanti al palazzo dove ero nato e dove abitai fino a sette anni. Ricordo perfettamente la voce di mia madre che parlava di Clotilde Giudici. Faccio allora qualche ricerca veloce e alla fine realizzo che quella famiglia era quella di Giovanni e che Clotilde era la seconda moglie di Gino, il padre di Giovanni. E che nella casa paterna ancora oggi ci abita Alberta, la sorella di Giovanni. E rileggendo attentamente “la vita in versi” trovò non solo molti riferimenti a episodi della vita di Giovanni svoltisi in quel quartiere romano ma anche riferimenti toponomastici a me familiari, ma soprattutto un linguaggio a me assai familiare, come anche alcuni fatti raccontati da Giudici, come nella poesia Il civettino. A quel punto mi viene spontaneo scrivere Montesacro e dedicarla a Giovanni Giudici. Questo per dire quanto le radici e il suolo dove si nasce e si cresce siano davvero importanti in genere per ogni uomo e in particolare per un poeta, tanto più quando si viene a conoscenza che in quel luogo è vissuto uno dei maggiori poeti contemporanei. Indubbiamente l’ambiente ha un significato molto importante per tutti e in particolare per un poeta. Presto ci vedremo a Perugia nell’ambito di “Umbria poesia” dove a tema ci sarà Poesia & Medicina. Voglio allora qui ricordare, in riferimento al quesito se l’ambiente in cui ci si trova a vivere possa influire sulla sensibilità e sulla creatività di un poeta, come l’ambiente medico, ad esempio, gli ospedali, il rapporto col corpo malato, e perché no la morte, “questa morte che ci accompagna/ dal mattino alla sera, insonne,/ sorda, come un vecchio rimorso/ o un vizio assurdo”, che direttamente o indirettamente hanno valenze anche sulla psiche e sulla spiritualità di una persona, incidano profondamente sulla sensibilità di un essere umano in generale. Figuriamoci allora siffatto ambiente cosa possa generare in uno scrittore o in un poeta. Mi viene in mente a proposito della produzione poetica recente, quanto sia stata importante la trasposizione in poesia dell’esperienza ospedaliera di Alberto Toni nella silloge Vivo così o quanto incidano sulla e nella narrazione le vicende biografiche trasposte da Franco Cordelli nel romanzo La sostanza sottile. Inoltre non dobbiamo dimenticare che molti poeti e scrittori sono stati anche medici, mi viene in mente Lorenzo Calogero, Nelo Risi, oppure proviene da studi medici come Bacchini, e nella poesia di questi se ne sente eccome una forte influenza da parte di quella formazione scientifica e morale.

Nella tua poesia “Introibo alla bellezza” parli del bello. Il poeta è condannato a sperimentare tentativi in solitudine. Dove trovi un riscontro in quello che fai? Questo tentativo di conoscere il bello sfuggente è sempre appagante per te?

Il bello, insieme al bene e al vero, fanno parte di quanto sia di più desiderabile da parte di un essere umano, nella misura in cui riescono a fare uscire da una dimensione di impasse impregnata di angoscia. L’angoscia non assimilabile all’ansia psicologica, ma quella propria di una condizione spirituale e esistenziale, che se non superata, conduce al nichilismo. Senza speranza. Facendo precipitare nel buio dell’abisso arido dove risiede il nulla afasico della malattia mortale che si chiama disperazione. Invece l’uomo ha bisogno, come una necessità fisiologica, del bello. E a questa luce che rischiara conducono il canto e la parola poetica, per quanto in una fase che si ferma al suo introibo, a un sacro ingresso, che danno comunque slancio alla speranza, nella misura in cui portano al rischiaramento della radura dove si ha la possibilità di avere accesso alla bellezza. Accesso che dura poco, ma è già tanto, e che il poeta tenta di cogliere e di fermare, per quanto gli sfugga di mano: Quando parole e canto mescolano/ fuscelli e risalite alla speranza/ di un introibo al sole che rischiara/ si fa presente il bello che a me sfugge. Ecco allora che il bello diventa subito un qualcosa di transitorio, che fugge via appartenendo immediatamente al passato e il poeta non fa altro, allora, che reiterare in continuazione la nostalgia della bellezza, la nostalgia del bello al quale tende e che vorrebbe fermare in ogni sua creazione. La bellezza è come il bene, è come la verità. Si dà, dal punto di vista ontologico. Ma non è dato possederla del tutto e definitivamente da parte dell’uomo. Perché la costituzione antropologica non consente all’uomo di essere in grado, a causa della sua finitudine e precarietà, di essere padrone di ciò che lo trascende. L’essere umano non è infatti solo spirito. È fatto di humus (uomo) ovvero è fango. L’essere umano è sporco antropologicamente parlando. E così è e deve essere il poeta, che prima di tutto è e deve essere un uomo. Il poeta deve essere in grado allora di sporcarsi le mani nel fango, nella materia che egli stesso è, che pure gli pertiene, per quanto abbia pure la capacità di slanciarsi nell’oltre etereo e pneumatico. Platone diceva che il filosofo è paragonabile a Eros. Mi vien da dire che anche il poeta lo è, nella misura in cui si muove con le movenze dei suoi genitori Poros e Penia. Epperò con le movenze e le caratteristiche di chi è innamorato. E chi più del poeta può essere detto innamorato? Proprio per il fatto che è per antonomasia un nostalgico della bellezza alla quale vuole sempre ritornare. In quanto tale, posso dire di sentirmi comunque appagato. Anche se la poesia lirica, che pratico piuttosto assiduamente, mi porta in un primo momento a sperimentare quella solitudine a cui ti riferisci per quanto nell’appercezione del bello. Ma è una solitudine transeunte che si scioglie prontamente nella parola come logos universale.

Con quale frequenza scrivi?

Scrivo appena posso. E posso quando la parola chiede di attraversarmi. Sono sempre più convinto che scrivere non sia atto pienamente volontario ma in qualche modo è necessitato da un mistero inesplicabile e indicibile per quanto faccia parte del nostro libero sentire che ci emoziona e ci muove ad agire e a scrivere e a fare poesia. Capita di ascoltare e leggere una parola e da quella parola si è come in-vocati, nel senso che una voce entra dentro ci attraversa e ci induce a scrivere. Come capita di vedere un qualcosa nel quale si apre una faglia che invita a entrar dentro e a scovarne lo stupore da traslitterare. Diciamo che negli ultimi anni scrivo quasi ogni giorno, a ogni ora, in qualunque circostanza, in qualunque momento. Spesso mi capita che un verso, sempre più spesso un endecasillabo, comincia a risuonare nel mio orecchio e allora per non farlo fuggire lo fisso sull’iPad o sull’iPhone oppure su uno scontrino o su un fazzolettino. A volte mi capita anche guidando e allora lo detto a mia moglie che con molta pazienza lo annota. Altre volte mi sveglio di notte con i versi che premono come un bisogno fisiologico. Scrivo spesso, come ti dicevo. Ma ancora più spesso leggo. Perché come dicevo prima, non potrei scrivere se non leggessi. Il mio riferimento è al “semenzaio” di montaliana memoria di cui sopra. E allora alterno saggi, soprattutto filosofici, a romanzi e naturalmente a tanta poesia. Quanta più ne posso. E qualche volta la mia scrittura si lascia andare a stendere qualche nota critica su quel che leggo.

Come vedi la poesia italiana oggi?

Questa è una domanda molto interessante. Ma vista la mia capacità di essere logorroico, spaventa prima di tutti me stesso. In quanto se mi metto a fare una analisi di come vedo la poesia in questo momento, penso che potrei parlare per qualche ora, magari a puntate. Ma ho già parlato fin troppo e pertanto non voglio dilungarmi. Anzi, cercherò di praticare al meglio la sintesi. E allora ti dico che oggi la poesia non può che essere vista comunque bene nel suo complesso e, al di là delle dichiarazioni più volte dette e ridette, trite e ritrite, riguardo la sua fine, la poesia invece continua a essere viva e vegeta. Certamente i problemi sono numerosi, ma non mi sento di dire che la poesia sia un male o stia messa così male. La poesia è sempre e comunque un bene, anche se qualcosa non va per il meglio perché come ogni cosa è suscettibile di miglioramento. Oggi, di certo, si corre il rischio, un po’ in tutti i settori, di una deriva nichilista, della perdita dei valori e soprattutto di una mancanza di fiducia generalizzata, negli uomini, nel presente e nel futuro. Insomma c’è un grosso rischio di disumanizzazione portata alle estreme conseguenze. Nei rapporti inter-umani ma anche nei rapporti dell’uomo con l’ecosistema. La crisi della poesia, se crisi c’è, sta tutta in questa crisi generalizzata. Ma come diceva Heidegger, riprendendo la frase da Hölderlin – questo riferimento è spesso mio, perché mi ci ritrovo in pieno – “là dove c'è il pericolo cresce anche ciò che salva”. E ciò che può salvare è la poesia, nella misura in cui si abbia la forza e il coraggio, con amore - (e pertanto essendo virtuosi) – di tornare ad avere fiducia. Fiducia prima di tutto nell’uomo in una dimensione terrena e quindi in una dimensione anche trascendente, metafisica. E il poeta, oggi, pare che possa considerarsi tra i pochi che riescono a ben conciliare fisica e metafisica. Fisica e metafisica incardinate in una parola poetica che sappia comunicare e far comunicare. Il Novecento poetico degli ermetismi e delle avanguardie pare che sia ormai alle spalle. Allora si era tentata la fuga dalla realtà, dalla parola e dall’uomo. Già nel secolo scorso alla fine aveva prevalso l’Anti-Novecentismo e tutti gli autori che ho citato in questa chiacchierata hanno lavorato e continuano a lavorare per dare nuovo vigore alla parola, alla poesia, al canto perché parola e realtà tornino a interagire. Da ultimo mi si lasci dire che la poesia continua ad avere qualche problema di relazione col più vasto pubblico. Mentre il suo pubblico oggi sembrerebbe essere, come avevano già detto nel 1975 Berardinelli e Cordelli ne Il pubblico della poesia, quello dei poeti stessi o meglio di chi scrive in versi. Ma paradossalmente non è più così dal momento che uno dei peccati più gravi della poesia attuale è quello di essere autoreferenziale in vista del male peggiore, il solipsismo. Poiché nella stragrande maggioranza dei casi chi scrive versi non legge i versi degli altri e mi pongo il problema se legga anche i propri versi. Ecco perché ai tanti estensori di versi, non corrispondono i tanti lettori di versi, con la conseguenza della crisi editoriale del settore poesia, che ha fatto sì che i maggiori editori hanno dismesso la pubblicazione di libri di poesia (e di questo se ne è ampiamente parlato la scorsa estate sui giornali sulle riviste e sui blog). I problemi della crisi della poesia sono esterni e interni nello stesso tempo. Per cogliere alcuni problemi interni alla poesia vorrei rimandare alla lettura del bel saggio di Chiara Fenoglio, pubblicato recentemente, La divina interferenza, nel quale lei sostiene, e mi trova in pieno accordo, che un poeta non può essere tale se non è contemporaneamente un critico. Onde rifuggire da quella grave pecca di cui sopra, l’autoreferenzialità. Perché solo un intellettuale che sappia essere poeta e critico nello stesso tempo e sappia spendere la critica e ancor prima l’autocritica, riesce attraverso la propria scrittura poetica, ma anche attraverso la sua produzione saggistica a rendere un buon servizio alla poesia. Ma non solo. Perché il servizio viene reso anche alla comunità di tutte le persone. Nella misura in cui l’intellettuale, poeta e critico nello stesso tempo, riesca a consentire “alla poesia di trasmutarsi in critica delle ideologie e della società”, perché, come dice la Fenoglio “è nell’interferenza tra queste due dimensioni [poesia e critica], che si creano quelle lacune e quegli scivolamenti di senso reciproci, quelle esitazioni che aprono la strada alla moltiplicazione del messaggio poetico”. Che è quello che i nostri grandi poeti, come Ungaretti, Montale, Pasolini, Zanzotto, Fortini, Giudici, Sereni, Luzi e Caproni fecero in passato. Il mio auspicio è che la poesia possa tornare agli antichi fasti. In che modo? Be’, mi sembra che si sia compreso. Rimboccandoci le maniche, sporcandosi le mani, e lavorando sodo per dissodare concimare e seminare il terreno. Studiando e leggendo. Di tutto e di più. Certamente con qualche criterio. Ma spaziando dalle discipline umanistiche a quelle scientifiche. Ma non dimenticando di vivere e di relazionarsi con gli altri. E poi e solo poi, scrivendo. La meta è per coloro che lo desiderano quella di aspirare a diventare un poeta? Ebbene, allora, il poeta cerchi di essere anche un critico, cerchi di diventare un intellettuale, come i nostri maestri ci hanno insegnato a fare. Quell’intellettuale che in quanto artista non sempre se non quasi mai coincide con l’essere un accademico. Il tutto per poter raccogliere i frutti del proprio lavoro, in bellezza, in bontà e in verità, già domani. Perché il poeta abbia una funzione al servizio di tutta la comunità sociale con un impatto forte che sia in primis onesto e che sia fondato sull’estetica, come non potrebbe essere diversamente, ma anche sull’etica.

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