Costanza Lindi intervista Maria Grazia Calandrone

Maria Grazia Calandrone: poetessa, drammaturga, artista visiva, performer, autrice e conduttrice per Radio 3. Scrive per “Corriere della Sera” e “Poesia”, ha collaborato con RaiLetteratura e CultBook. Tiene laboratori in scuole, carceri e DSM. Libri: La scimmia randagia (Crocetti, 2003–premio Pasolini), Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier, 2005), La macchina responsabile (Crocetti, 2007), Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010–premio Napoli), Atto di vita nascente (LietoColle, 2010), L’infinito mélo, pseudoromanzo con il cd Vivavox (Sossella, 2011), La vita chiara (transeuropa, 2011), Serie fossile (Crocetti, 2015–premi Marazza e Tassoni, rosa Viareggio), Per voce sola (ChiPiùNeArt, 2016), raccolta di teatro, disegni e fotografie con cd di S. Bergamasco e Gli Scomparsi – storie da Chi l’ha visto? (Gialla Oro pordenonelegge, 2016). Sue sillogi compaiono in antologie e riviste di numerosi paesi. www.mariagraziacalandrone.it

 

Nella tua attività poetica, come hai dichiarato più volte, affiora una forte premura etica palesata in un tentativo di diffondere la poesia anche tra i giovani. Quanto questo tipo di pubblico si è reso accessibile e aperto nei tuoi confronti?

Che i giovani siano accessibili o meno dipende solo da noi. Il mio compito è facile: arrivo nelle scuole come l’ospite, la vacanza dalla routine scolastica – e questo, per quanti pregiudizi i ragazzi abbiano nei confronti della poesia, li ben dispone nei confronti del paio d’ore che passeranno in mia compagnia. Credo che siano sorpresi dall’evidenza di una insospettabile vitalità: i poeti che escono dalle pagine e acquistano la terza dimensione, sono corpo e volume di corpo, sono immediatamente interessanti perché umani e vivi, normalmente piuttosto intelligenti. Meglio ancora se hanno figli e dunque non si scandalizzano di niente!

La poesia si fa quindi mezzo di comunicazione e di comunione. In un’intervista affermi che lo scopo principe della poesia sia quello di creare compassione, un sentire insieme fino a creare una comunità umana che si incontra nella poesia. Quanto di questo impulso etico a tuo avviso, nella poesia contemporanea, è realmente applicato oggi?

Comunione, l’hai detto benissimo. In senso totalmente laico. I poeti, come la maggior parte degli artisti, tendono all’autoaffermazione. Per fortuna il mio modo di autoaffermarmi include il mondo, quella che tu opportunamente definisci “comunità umana”. Non credo che questa sia stata l’inclinazione dominante della poesia moderna. La contemporaneità, però, sta imponendo ai poeti l’esistenza del mondo, con i suoi drammi e i suoi mutamenti, sempre più rapidi, evidenti e colossali, dunque proliferano le iniziative di poesia come ascolto dell’altro e del mondo, come identificazione, dedica e omaggio e non più sterile esercizio di stile o lagno dell’io egocentrico e/o abbandonato.

Utilizzi la poesia sotto forme e mezzi molto vari per poter arrivare a tutti e nei modi più stimolanti. Pensando alla tua esperienza con Radio 3 o ai laboratori organizzati nelle scuole, quale tra i mezzi che utilizzi è a tuo avviso più efficace?

Ti rispondo che la poesia stessa è un mezzo per raggiungere l’altro. Un mezzo che amo, perché mi permette di scavalcare ogni forma e parlar chiaro, senza perdere tempo in fronzoli e beghe di ordine gerarchico, alla parte di ogni essere umano che è uguale a quella di qualunque altro essere umano. La poesia è trasversale e non conosce ostacoli di classe sociale, razza o genere.

La tua singolare esperienza con i detenuti di Regina Coeli ha generato in te qualche nuovo stimolo?

Regina Coeli e Rebibbia, ma soprattutto i minorili Nisida e Casal del Marmo, mi hanno confermato l’esistenza della indiscriminata e indiscriminante zona umana della quale parlo qui sopra. Non sono la sola a fare lavori del genere: Edoardo Albinati e Milo De Angelis insegnano in carcere – e insegnava in carcere anche Giovanna Sicari. C’è però un problema, che mi appare sempre più doloroso: noi portiamo (soprattutto ai ragazzi, che sono ancora in formazione) il seme di uno sguardo nuovo, la possibilità di un nuovo modo di stare nel mondo. E poi? Se i ragazzi non vengono seguiti, accompagnati, quando escono di galera, la possibilità che noi abbiamo offerto resta in loro come una spina nel fianco, la nostalgia di qualcosa alla quale non hanno accesso, tornando a vivere in un gruppo umano dove sparare, rubare o spacciare sono l’unico patto di convivenza. È dunque certamente necessario offrire loro accesso alla propria parte invisibile, ma anche un lavoro che li metta nella condizione di accedere alla suddetta loro parte invisibile anche quando ritornano a casa.

Nella tua raccolta “Serie fossile” (Crocetti, 2015) scrivi “Io cerco che la vita sia all’altezza del canto”. La parola si fa mezzo potentissimo nelle mani di esseri terreni, utile per raggiungere qualcosa di esterno a noi ma che sentiamo dentro e a cui riusciamo a dare voce solo tramite la lente del verso. La poesia è un mezzo, a tuo avviso, troppo grande per noi? Riusciremo o riusciamo, ad oggi, a sfruttare la parola esatta nella sua essenza?

Riusciamo a prezzo di un duro esercizio. Siamo sommersi, sopraffatti da una comunicazione completamente inessenziale. La poesia non è troppo grande, è l’area di silenzio che non ci è concessa e che non concediamo alla nostra vita. Il primo e più grave furto che la struttura sociale occidentale ha sempre compiuto – e ora compie più che mai – ai nostri danni è il tempo. Viene sottratto alla nostra vita il patrimonio essenziale, costituente la vita stessa. La vita è fatta di tempo, la nostra vita è il tempo che ci è dato. Il resto, è conseguenza di questo furto primario: la mancanza di concentrazione, la distrazione fatta di comunicazioni ininfluenti e continue, l’ininterrotta interruzione del nostro contatto con noi stessi. La poesia serve a tenerci vicini a noi stessi, intimi con la nostra umanità, in un tempo lento, biologico, vero.

Sempre in “Serie fossile” parli di amore terreno, di limite umano pesante, un ingombro quasi. Quanto è dura questa separazione e quanto è duro farla conoscere?

Nell’innamoramento il limite umano scompare. Siamo noi alla massima potenza. Questo è il pericolo dell’amore. E della poesia che ne deriva.

 

(in collaborazione con www.umbriapoesia.it)

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