Cinzia Franchi intervista Antonio Donato Sciacovelli

Antonio Donato Sciacovelli (Matera 1968) si è laureato in Filologia e Storia dell’Europa Orientale presso l’Università “L’Orientale” di Napoli; insegna storia della letteratura italiana e traduzione nelle università di Szombathely, Veszprém e Debrecen. È preside della Facoltà di Magistero dell’Università dell’Ungheria Occidentale. Collabora, come redattore, al periodico Nuova Corvina (Budapest), alla BIGLLI (Bibliografia Generale della Lingua e della Letteratura Italiana, ed. Salerno, Roma), ha fondato l’annuario Ambra, percorsi di italianistica (Szombathely) e per gli editori Feltrinelli, Rizzoli, Adelphi, Salani, ha tradotto opere di Esterházy, Kertész, Márai, Krúdy, Rubin, Szabó.

 

Molti italiani che si recano a Budapest per motivi di lavoro, o per turismo, spesso restano sorpresi di quanto gli ungheresi conoscano dell’Italia e di come la considerino un Paese ‘affine’… Non avviene lo stesso, quando gli ungheresi, per motivi simili, arrivano in Italia. Anzi, nell’immaginario italiano, generalmente, la lingua e la cultura ungherese rimangono sempre elementi ‘misteriosi’. Tu vivi e lavori in Ungheria da vari lustri, come ti appare la situazione? Il ‘fascino italiano’ continua a fare presa sui magiari? Tale fascino continua ad attirare persone, giovani e meno giovani, all’università e nelle scuole- pubbliche e private- in cui si insegna l’italiano?

Sono d’accordo: in Italia, per la maggioranza degli Italiani, anche per un vizio di forma dovuto a una nostra atavica allergia alla precisione geografica, probabilmente indotta da un sentimento di superiorità in cui non siamo certo isolati (pensiamo ai Francesi che in questo forse ci superano), tendiamo a confondere Paesi e popoli che si trovano in zone in cui pure abbiamo avuto storicamente un ruolo importante, ma di cui non abbiamo approfondito la conoscenza. Assistiamo ancora alla cronica confusione di Budapest e Bucarest, avvertiamo che per molti al di là dell’Adriatico abitano persone che parlano solo lingue slave, e chi ha una immagine qualsivoglia dell’Ungheria comunicata da stereotipi culturali (la musica dei violini tzigani, i virtuosi cavallerizzi della puszta, i non meglio identificati nobili ungheresi ammiratori dell’imperatrice Sissi, e via dicendo) ci convince di quanto ci sia ancora da fare per chiarire la posizione linguistica e culturale dei Magiari in seno al nostro continente. La dimensione del mistero, come giustamente affermi, è forse l’unico fattore positivo che in qualche modo può contribuire a questa volontà di chiarimento, e in questo dobbiamo forse ringraziare l’opera di alcune case editrici che hanno creduto in autori che oggi non soltanto riempiono lo scaffale della letteratura ungherese nelle librerie italiane, ma possono sostenere il nostro discorso scientifico e divulgativo sul suo ruolo nell’ambito più generale della letteratura europea. Un’altra importante arte, il cinema, purtroppo non ha registrato, negli ultimi decenni, una presenza riconoscibile degli autori ungheresi (e si tratta di un problema che riguarda tutto il cinema europeo, a causa della sempre schiacciante presenza delle pellicole statunitensi nella distribuzione), ma si spera che con il miglioramento della qualità dei film non rivolti soltanto a una ristretta cerchia di intellettuali (pensiamo a quanti avranno visto i film importanti, ma certamente non immediatamente godibili di Béla Tarr, e confrontiamoli con quanti hanno visto e vedranno Il figlio di Saul) possa portare anche in questo campo degli spiragli di luce.
La questione del fascino italiano è insieme complessa, interessante ma forse troppo dibattuta nei nostri ambienti: da un lato è comprensibile che per ragioni storiche, politiche, culturali, gli Ungheresi abbiano sempre guardato all’Italia, alle spinte e agli stimoli culturali che dall’Italia giungevano - e forse giungono ancora -, con ammirazione e desiderio di emulazione; non dimentichiamo che le università italiane furono il primo approdo per gli studenti magiari nel Medioevo, che i contatti politici hanno sempre funto da canali di trasmissione delle opere letterarie, della musica, del gusto per le cose belle e buone e soprattutto di quella che oggi potremmo chiamare l’immagine di un popolo. Nel caso degli Italiani, però, non dobbiamo farci illusioni, perché al senso di ammirazione si è sempre mescolato un sentimento di diffidenza (e ciò non vale soltanto per gli Ungheresi) nei confronti di commercianti, soldati mercenari, ma anche di alcuni intellettuali che provenivano dalla Penisola. Per questo è importante riflettere su quello che è accaduto dopo il 1989-90, quando le frontiere si sono aperte e sono apparsi diversi rappresentanti di quello che ancora oggi qui si chiama Occidente: per un decennio abbondante, infatti, conoscere la lingua italiana significò per molti avere la possibilità di realizzarsi in campi fino a quel momento inimmaginabili; gli investitori italiani, del resto, erano generosi e intraprendenti, per questo anche le istituzioni scolastiche e accademiche puntarono molto (anche) su questa lingua, che del resto nel passato (parliamo del periodo prebellico) era una delle lingue privilegiate anche per i forti rapporti politici tra Italia e Ungheria, quindi aveva ancora almeno una generazione di anziani conoscitori dopo la quale si dové ricostruire tutta la struttura di un insegnamento che nel corso del periodo socialista era piuttosto elitario, o se vogliamo minoritario. Dopo il grande entusiasmo degli anni ’90, pian piano si comprese che l’Ungheria non sarebbe stato il Paese d’elezione per eccellenza degli investitori italiani, che infatti cominciarono a guardare più a Oriente (molti segnali però ci dicono che questo processo si sta invertendo proprio in questi anni), quindi tutto quello che era stato creato per affrontare una sfida culturale che aveva un binario parallelo nell’impresa, dovette essere rimesso in discussione. Per questo motivo, oggi dobbiamo fare i conti con una schiera molto esigua di studenti curriculari della lingua e della letteratura italiane, mentre non possiamo dire che sia diminuito notevolmente il numero di chi sceglie di studiare la nostra lingua anche per motivi professionali, ma che non fa numero nelle statistiche ministeriali! E questo riguarda anche lo studio dell’italiano a livello scolastico e per così dire amatoriale, poiché i modelli stereotipati dell’Italian way of life non solo sono arrivati anche in Ungheria da tempo, ma sono stati in qualche modo sperimentati da sempre più turisti magiari, che hanno potuto constatare in loco le differenze tra quello che in Ungheria veniva loro ammannito come echte olasz e quello a cui ciò poteva corrispondere in una determinata realtà regionale: credo che da un punto di vista non soltanto tecnico, sia stato molto importante che gli Ungheresi, che oggi da Budapest raggiungono agevolmente in aereo Bari, Napoli, Pisa, Bergamo, Catania, si siano resi conto che l’Italia è in realtà una sorta di complesso macrocosmo, e che ogni parte di esso meriti di essere avvicinata, conosciuta o anche soltanto gustata. Lo dico soprattutto perché prima di questo sviluppo delle comunicazioni a prezzi popolari, essi conoscevano per lo più Tarvisio, Venezia, il litorale intorno a Jesolo, e Roma. Inoltre credo si sia progressivamente sgonfiato l’aspetto più ingannevole di quel fascino italiano che subito dopo il cambiamento di regime era arrivato a turbare il tran-tran delle giovani donne ungheresi: non possiamo dimenticare che questa immagine spesso suggerita dai nostri film popolari, dalle canzonette, dai comportamenti nelle relazioni sociali, era spudoratamente presentata come il riflesso di uno stile di vita, che in realtà i latin lovers potevano adottare soltanto per il breve tempo delle loro avventurose vacanze. Altra cosa è il fatto che i lettori ungheresi hanno sempre apprezzato – per lo più in traduzione, ma per fortuna hanno ottimi traduttori – la nostra letteratura, e che da questo punto di vista sia i nostri classici che gli autori contemporanei di volta in volta proposti al pubblico ancora leggente d’Ungheria, siano ancora oggetto persino di dibattito, e non necessariamente nei soli ambiti accademici!

Cosa ti ha portato, all’epoca, a scegliere di lavorare e vivere in Ungheria?

I miei studi universitari all’Orientale di Napoli sono stati piacevolmente intervallati da alcuni soggiorni mediamente lunghi in Ungheria, a Debrecen e a Budapest, proprio negli anni della transizione, dal 1988 al 1991: una volta laureatomi nel 1992, ho fatto il servizio militare e un giorno dopo il congedo ero sul treno che mi portava in Ungheria. La mia laurea in materie umanistiche, per di più con una specializzazione nelle lingue e letterature romena e ungherese, avrebbe avuto ben pochi sbocchi lavorativi in Italia, comunque sentivo la necessità di approfondire la mia formazione tentando di accrescere quanto più possibile la mia conoscenza della lingua ungherese, e alla fine dell’estate di 23 anni fa, tra le mura di un anonimo ufficio in una caserma di Civitavecchia, questa mi sembrò un’ottima strada per iniziare un percorso di studio e lavoro che, spero, avrà ancora degli sviluppi, dati i cambiamenti che da allora sono intervenuti nella Higher Education ungherese ed europea. Bisogna poi aggiungere che a quell’epoca si lavorava a creare delle officine di ricerca, che avrebbero contribuito a fare dell’italianistica ungherese una vera e propria rete di studiosi impegnati non solo nella diffusione dell’insegnamento e delle attività scientifiche legate alla linguistica, alla storia della letteratura e della cultura italiane, ma anche alla collaborazione con altri ambiti disciplinari, e implicitamente a una maggiore corrispondenza tra letteratura ungherese e traduzione della stessa in italiano, tanto che non è un caso che molte persone impegnate nell’insegnamento universitario dell’italiano in Ungheria, figurino tra i traduttori delle opere di Esterházy, Márai, Kertész. Da un punto di vista meramente personale, posso dire di essere sempre stato motivato a progredire in questi ambiti istituzionali: qui in Ungheria ho discusso la mia tesi di dottorato, ho percorso le varie tappe della carriera accademica, da lettore madrelingua a ordinario, ho ricevuto incarichi di varia natura che mi hanno in parte distolto dalla ricerca scientifica, ma che mi hanno aperto la realtà – non facile e spesso dolorosa – del governo delle istituzioni accademiche, né posso dimenticare il fatto che proprio grazie alla mia presenza in Ungheria ho potuto comprendere e tradurre autori come forse non avrei potuto fare restando in Italia.

Qual è la situazione dell’italiano nel tuo Ateneo e in generale in Ungheria?

Dopo una storia di grandi entusiasmi e notevoli successi nel periodo dal 1991 al 2006 (anno in cui in Ungheria è stata riformata l’istruzione accademica, con l’introduzione del cosiddetto 3+2), il nostro profilo principale, la formazione di insegnanti di lingua e letteratura italiana, non è riuscito a convertirsi nel profilo generico che la uova situazione ci imponeva, inoltre la riduzione, nell’ambito delle formazioni umanistiche in genere, del numero di studenti i cui studi vengono finanziati dal governo, e quindi non devono pagare tasse universitarie, ha portato a una crisi diffusa del nostro settore: attualmente i nostri insegnamenti dell’italiano sono rappresentati da un modulo di 50 crediti formativi (che potremmo definire minor topic) e dall’insegnamento non curriculare. Più in generale abbiamo ancora dei Dipartimenti, in Ungheria, che possono contare su un numero sufficiente di studenti (soprattutto le due università di Budapest, la statale ELTE e la Cattolica PPKE, poi Szeged, Pécs e Debrecen), una buona rete di insegnanti nelle scuole, che naturalmente costituiscono i nostri alleati per la formazione di futuri studenti, che però non sono motivati alla formazione di tipo umanistico, per i motivi già esposti: la ricerca scientifica e l’alta divulgazione sono ancora di alto livello, ma bisognerà prima o poi fare i conti con l’età, la generazione a noi precedente è già andata in pensione o sta per arrivare a questo traguardo, persino la nostra ha ormai gli anni contati, e sinceramente gli attuali standard di emolumenti per chi lavora nelle istituzioni accademiche non garantiscono un ricambio salutare, anche considerando la sempre maggiore distanza dagli standard verificabili in altri Paesi, siano essi europei o extraeuropei. Insomma, la situazione è tragica, ma non drammatica...

Vi sono rapporti di collaborazione tra la tua cattedra e l’Istituto Italiano di Cultura?

L’Istituto Italiano di Cultura ha avuto sicuramente un periodo di grande impatto sulle nostre dinamiche, con i direttori Pressburger e Marianacci, ma negli ultimi anni anche il contributo istituzionale della diplomazia si è fatto meno visibile, speriamo nel cambio della guardia che proprio in questi mesi si sta verificando a Budapest. La struttura geografico - politica dell’Ungheria, che vede un quinto della popolazione residente nella capitale e un grande accentramento istituzionale nella stessa, non favorisce rapporti continuati e davvero reciproci tra le strutture in provincia e l’Istituto di Budapest, ma credo che se si domandasse agli altri colleghi italianisti, ognuno darebbe una valutazione diversa: non possiamo infatti dimenticare che molto spesso questi rapporti di collaborazione sono improntati a relazioni interpersonali, a coincidenze di interessi, quando non dipendono direttamente dalle politiche decise a Roma, che privilegiano determinati aspetti culturali, piuttosto che quelli da noi individuati come importanti o indispensabili.

Quali sono, a tuo avviso, le motivazioni che spingono oggi uno studente a studiare l’italiano?

Come ho già detto, da una parte ci sono motivazioni di carattere emotivo: i giovanissimi possono essere avviati allo studio dell’italiano già in età scolastica grazie alla considerazione che della nostra cultura avvertono nelle loro famiglie, ma molto spesso ne sono invogliati perché ascoltano musica leggera italiana, oppure seguono gli avvenimenti sportivi (il calcio è ancora un forte fattore di diffusione culturale della nostra lingua, checché se ne possa pensare), ma non sono rari quelli che sulla spinta di un viaggio in Italia, o di una breve vacanza estiva sulle nostre coste, decidono di avvicinarsi alla nostra lingua, e ciò può avvenire anche in forma privata, a Budapest frequentando corsi offerti non soltanto dall’Istituto di Cultura, in provincia avvalendosi di buoni insegnanti ungheresi o addirittura di madrelingua. Una volta giunti alla soglia della maturità, la questione diventa più complessa: il sistema scolastico ungherese prevede due livelli di esame di maturità, uno medio e uno superiore, grazie al quale si può accedere – tra l’altro – ai corsi di laurea nelle materie umanistiche (sappiamo che tra qualche anno il requisito dell’esame superiore diverrà indispensabile per l’accesso agli studi universitari), inoltre i risultati dell’esame di maturità sono implicitamente veicolati negli esami di ammissione (che da vari anni non vengono più gestiti dalle università, per l’accesso ai bachelor degrees) e la conoscenza delle lingue straniere, se comprovata da certificazioni ufficiali, non soltanto permette ai maturandi di aumentare il punteggio necessario a superare le soglie di ammissione, ma costituisce una base importante per lo stesso conseguimento del diploma di laurea, che in Ungheria è legato alla certificazione della conoscenza a livello medio di almeno una lingua straniera (esistono corsi che ne prevedono due!). Quindi la conoscenza dell’italiano può diventare una motivazione implicita, che accresce il suo significato quando il futuro studente universitario decide di studiarlo in forma curriculare, indipendentemente dalla scelta di formarsi come insegnante (la formazione degli insegnanti avviene, dal 2013, nel quadro di un corso di formazione a ciclo unico che dura cinque o sei anni e che prevede una doppia specializzazione). Non sono pochi coloro che, pur studiando in altri ambiti disciplinari, decidono di approfondire la loro conoscenza della lingua, o addirittura di linguaggi settoriali, per dare un valore aggiunto alla laurea che conseguiranno. Naturalmente le ottime possibilità di mobilità studentesca offerte dal programma Erasmus significano oggi un incentivo maggiore a che gli studi vengano perfezionati in università italiane.

Quali sono gli autori italiani più letti o più richiesti nel tuo corso/ dagli studenti di italiano degli atenei in cui si insegna la nostra lingua/dai lettori in genere, in Ungheria?
Quanto e chi arriva invece tra gli autori contemporanei, anche in traduzione?
Suggeriresti qualche nome di autore contemporaneo che ti augureresti venisse tradotto in ungherese? Quale periodo della letteratura italiana viene maggiormente apprezzato e seguito dagli studenti? Cosa suggeriresti, se potessi, per rendere più accattivanti i corsi?

Devo ricordare che nella scuola ungherese si studia anche quella che in genere definiamo Weltliteratur: autori come Dante, Petrarca, Boccaccio sono parte dei programmi ministeriali da sempre, mentre dipende dai programmi elaborati dai singoli licei la presenza di autori come Ariosto, Tasso, Leopardi o i lirici del Novecento, per non parlare di alcune opere di Svevo, Pirandello Moravia, Calvino, Sciascia, Buzzati, che spesso vengono lette per meglio conoscere la narrativa o il teatro del secolo passato. I programmi dei corsi universitari, soprattutto quelli in cui l’italianistica è disciplina principale, comprendono naturalmente tutti gli autori canonici, ma non possiamo attenderci che essi vengano studiati in modo dettagliato come in Italia, sebbene ogni sede di italianistica abbia dei punti forti, per esempio a Pécs e alla Statale di Budapest è privilegiata la novecentistica, a Szeged dominano gli studi su Rinascimento, Manierismo e Barocco, a Debrecen si studiano con maggiore attenzione l’Illuminismo e il Romanticismo. Negli ultimi anni, anche a causa della riforma del sistema universitario e l’introduzione del 3+2, si è dovuto però diminuire il numero di ore dedicate alla letteratura italiana per gli studenti del triennio (Bachelor), quindi anche il numero delle opere studiate e dei cosiddetti seminari di lettura dei testi, cioè delle lezioni in cui i testi letterari vengono letti, analizzati, commentati sotto la guida del docente. Con il passare del tempo e con l’evoluzione dei programmi di insegnamento, inoltre, gli studenti si sono trovati ben presto di fronte a un panorama culturale ed estetico più ampio di quello che si potrebbe immaginare rispetto al passato monopolio della storia della letteratura: non in tutte le sedi in maniera omogenea, ma in generale sono presenti lezioni e seminari sul cinema italiano, sulla musica classica e sul melodramma, sulle arti figurative, persino sulla filosofia e sul pensiero scientifico, per non parlare dei corsi di comparatistica che coinvolgono almeno la letteratura ungherese, quando non anche altre letterature europee nel confronto con la nostra. Certo, detta così sembra che stia parlando del paradiso dell’italianistica, ma voglio qui elogiare colleghe e colleghi che, approfittando di un sistema moderatamente elastico nella programmazione dei corsi, tentano di offrire un quadro quanto più ampio della nostra vita culturale, soprattutto da quando è molto più facile accedere a opere e strumenti multimediali che stimolano la fantasia e l’attenzione degli studenti.
In genere si fa molta attenzione a che gli studenti abbiano comunque un buon approccio alla letteratura del Novecento, anche perché non poche lezioni di traduzione e di analisi del testo sono incentrate su autori del secondo Novecento, ma non posso dire che questo rappresenti in assoluto il periodo più popolare tra i discenti: certo, nel caso della narrativa abbiamo il fattore incoraggiante di una maggiore comprensibilità della lingua letteraria, e la presenza sul mercato e nelle biblioteche di molte traduzioni che possono essere utile strumento di confronto e di approfondimento, ma spesso noi docenti commettiamo l’errore di presumere che agli studenti debbano piacere le stesse letture che noi amiamo...
La presenza degli autori contemporanei (per convenzione parliamo degli ultimi due decenni e mezzo) è una questione altrettanto interessante: penso per esempio al fatto che in occasione delle competizioni scientifiche che si organizzano ogni due anni, a livello nazionale, tra gli studenti universitari (OTDK, ovvero Conferenza Scientifica Studentesca Nazionale), ho notato come aumenti l’attenzione verso autori contemporanei di vario calibro e spessore, prendiamo Baricco e Tabucchi, giusto per fare un esempio, che da un lato sono proditoriamente introdotti da alcuni docenti, dall’altro reperibili anche in traduzione (anzi, Baricco riscuote un notevole successo, forse statisticamente vende anche più di Eco, che pure ha una discreta fortuna editoriale in Ungheria) e quindi probabilmente costituiscono una lettura previa rispetto agli studi universitari. Se pensiamo invece a un autore come Camilleri, di cui si può dire tutti gli Italiani abbiano letto almeno un romanzo, scopriremo che in Ungheria le traduzioni di alcune sue opere non hanno avuto il successo sperato, mentre solo in questi anni si è cominciato a tradurre l’opera narrativa di Pasolini, che quindi viene considerato un contemporaneo assoluto, anche grazie alla sua fama di intellettuale e cineasta che in Ungheria ha ancora moltissimi proseliti. L’importante credo sia, come ho già accennato, non utilizzare mai il nostro metro estetico, e naturalmente lasciare che gli studenti, sotto la nostra guida, possano scegliere autori che sentono vicini ai loro gusti. Da questo punto di vista penso potrebbero avere successo autori come Catozzella, Lagioia, Carofiglio, De Silva, sia in originale che in traduzione: un collega della Cattolica di Budapest mi ha tempo fa confidato che De Giovanni è stato molto ben accettato dai suoi studenti dei corsi di traduzione ed io stesso a Debrecen ho toccato con mano l’entusiasmo di rendere in ungherese le righe di Sorrentino, quando ho fatto tradurre alcuni brani dal suo romanzo Hanno tutti ragione.
L’ultima questione sarebbe come rendere più accattivanti i corsi: in effetti questa dovrebbe essere la prima questione, perché coinvolge il metodo, e nessuno di noi confessa volentieri che, proprio per appartenere a una generazione a cavallo tra due epoche, è sempre difficile rinnovarci dal punto di vista metodologico. Utilizziamo tutti quello che la tecnologia ci mette a disposizione, ma non sono sicuro che lo facciamo al meglio, perché siamo indissolubilmente legati a una visione della realtà di cui solo in parte riusciamo ad accattare i mutamenti radicali: non possiamo prescindere dal fatto che gli studenti devono conoscere le principali fonti critiche da noi suggerite, ma siamo ben coscienti del fatto che molti di loro preferiscono consultarne dei sunti, o rivolgersi a fonti alternative che quasi sempre guardiamo con pregiudizio; inoltre abbiamo un orizzonte diverso da quello della maggior parte dei discenti, e ormai è sempre più raro che si trovino dei momenti di vita comune (penso a dei convegni, a dei viaggi d’istruzione di più giorni che coinvolgano docenti e discenti) in grado di avvicinare questi orizzonti, proprio perché ci sembra molto più semplice sostituirli con la virtualità, con la sensazione di avere a nostra disposizione, dallo schermo del computer, i luoghi dove dovremmo invece condividere (non tutte) le esperienze dei nostri studenti a contatto con la materia prima e viva dell’italianistica.

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