Cinzia Franchi intervista Vera Gheno

Vera Gheno è nata a Gyöngyös, in Ungheria, il 5 ottobre 1975. Dopo una falsa partenza a Ingegneria, ha conseguito la laurea in Sociolinguistica e poi il dottorato in Linguistica e Linguistica Italiana all’Università di Firenze. Vive a Firenze ed è docente a contratto presso l’Università di Firenze e l’Università per Stranieri di Siena. Collabora con l'Accademia della Crusca dal 2000 e dal 2012 ne gestisce il profilo Twitter.

Tra le sue traduzioni dall’ungherese si segnalano una selezione di 24 racconti di Gyula Krúdy, Le avventure di Sinbad, Elliot, Roma, 2012; Magda Szabó, Per Elisa (Für Elise), Edizioni Anfora, Milano, 2010; János Székely, Tentazione (Kisértés), Adelphi, Milano, 2009; Magda Szabó, Il momento (A Pillanat), Edizioni Anfora, Milano, 2008; Magda Szabó, Abigail (Abigél), Edizioni Anfora, Milano, 2007; M. Szabó, Lolò, principe delle fate (Tündér Lala), Edizioni Anfora, 2005; Pál Békés, Il mago maldestro (A kétbalkezes varázsló), Edizioni Anfora, Milano, 2003; “Il piatto d’oro” (Az aranytál), in Milán Füst, Il cicisbeo e altri racconti, Edizioni Anfora, Milano, 2003; Imre Oravecz, Settembre, 1972 (1972. Szeptember), Edizioni Anfora, Milano, 2003.

 

Mancata ingegnera, ‘volto e voce’ dell’Accademia della Crusca su Twitter, sei nata in Ungheria e lì hai trascorso le estati della tua infanzia, alle quali sei legata e che hai ricordato con grande dolcezza, raccontando dei tuoi nonni magiari in un contributo di alcuni anni fa sulla Rivista di Studi Ungheresi (cfr.http://epa.oszk.hu/02000/02025/00027/pdf/RSU_2012_11_166.pdf). Figlia di una ungherese e di un italiano, studioso e docente universitario di filologia ugro-finnica, ti definisci italiana come formazione culturale e in tal senso anche come lingua madre. Come concorrono i vari elementi del tuo felice meticciato, se così posso definirlo, a comporre e tenere insieme la tua identità?

A quarant'anni ho iniziato a far pace con ciò che sono e con ciò che non sarò più. In questo senso, da una parte ho accettato il mio essere "a cavallo" tra due culture diverse, quella italiana e quella magiara, e allo stesso tempo di non essere completamente cittadina di nessun paese. La magiarità è una cosa inspiegabile, istintiva, che mi fa sentire a casa in Ungheria, in particolare nella cittadina dove sono nata, anche se da tempo ci torno solo un paio di volte l’anno. L’Italia è il luogo dove sono cresciuta, dove ho studiato e nella cui cultura sono stata immersa per buona parte della mia vita. Posso dire di essere finalmente arrivata ad apprezzare il fatto di essere a metà tra questi due mondi, e a non sentire più il “meticciato” come una condizione di frammentazione personale.
Sicuramente, essere cresciuta bilingue mi ha aiutata e mi ha stimolata a studiare i meccanismi linguistici, a fare della riflessione metalinguistica. Attorno ai dieci anni, a queste due lingue si è aggiunto il finnico, dato che io e i miei genitori abbiamo vissuto tre anni in Finlandia, per l’esattezza a Turku. Poi, con l’adolescenza è arrivato l’interesse per la musica, e di conseguenza per i testi in inglese dei cantanti che mi piacevano. Conoscere quattro lingue da ragazzina (cinque, considerando che con mio padre, e solo con lui, ho sempre parlato veneto) è sicuramente uno dei fattori che mi hanno spinta a diventare linguista. Non facevo parte completamente di nessuna cultura, ma avevo la fortuna di potermi intendere con persone di culture molto diverse tra loro. Avrei sicuramente potuto finire per vivere la cosa con il disagio dello “sradicato”, e invece è stata la molla per cercare di capire cosa succedesse, da un punto di vista linguistico e cognitivo, in primis dentro alla mia testa di “multilingue”, e poi in quelle degli altri.

Come definiresti la situazione della lingua italiana da docente universitaria e da ‘cruscologa’ 2.0?

La collaborazione con l’Accademia della Crusca, soprattutto in un settore fluido e mutevole come quello dei nuovi media, è rilevante quanto il contatto costante con gli studenti a lezione. Da entrambe le parti emergono questioni degne di nota. Ai miei occhi, l’italiano si dimostra una lingua vitale e in buona salute, nel senso che la sua capacità di innovazione e adattamento alle nuove esigenze dei parlanti è buona. D’altro canto, come nota Tullio De Mauro, più che della salute della lingua occorrerebbe preoccuparsi della salute, o della dieta culturale, degli italiani. Non abbiamo mai avuto così tanta disponibilità di sapere, soprattutto grazie a internet, ma molte persone non sanno bene come usare questa enorme risorsa a nostra disposizione, come distinguere una fonte valida da una non valida, per esempio. E a livello specificamente linguistico si nota una certa tendenza a prediligere il contenuto rispetto al contenitore, al grido di “l’importante è che il messaggio passi, chi se ne frega degli errori”. Naomi Baron lo chiama linguistic whateverism, menefreghismo linguistico. Io a lezione ripeto spesso che il motivo per cui occorrerebbe evitare di fare errori è l’effetto che tali errori possono avere sul nostro “pubblico”: l’errore non è rilevante perché “fa arrabbiare un grammarnazi”, ma perché potrebbe farci fare una figuraccia. Insomma, quando scriviamo “pò”, alla fine stiamo facendo un torto a noi stessi. Occorre sicuramente lavorare sulla autopercezione linguistica, e tanto.

Sei, volente o nolente, esperta (=da esperire) del cosiddetto ‘benaltrismo’, fenomeno che impera ovunque, nel nostro Paese in modo particolare, specialmente nei social, e che non appare più semplicemente un vezzo, ma una vera e propria piaga sociale del pensiero italico. Ritieni che sia possibile una (ri)educazione dell’essere umano in tal senso? Potrà nascere, dalle ceneri di internet, l’uomo nuovo (e con lui la nuova donna) che finalmente sfugga alla logica del ‘ma non è questo il problema’?

A tratti, sotto sotto, capita a tutti di essere benaltristi. Diciamo che il benaltrismo funziona perché è un modo semplice, poco ponderato, di troncare una discussione. E perché nella nostra comunicazione, soprattutto quella mediata, è facile essere cattivi, o verbalmente violenti, o anche sciocchi e superficiali, con chi non vediamo in faccia. Auspico che con il tempo le persone possano imparare a usare internet, e le piattaforme social, in maniera più intelligente… ma di nuovo, non stiamo parlando di una condizione specificamente legata al web, ma della necessità in generale di educare le persone alla comunicazione.

Dal tuo curriculum vedo che, oltre all’attività accademica, tieni corsi in aziende per insegnare a “usare meglio” il web e i social. Secondo te, un po’ provocatoriamente, c’è davvero bisogno di “formare” le persone all’uso del web?

Credo che internet sia una delle innovazioni più rilevanti degli ultimi cinquant’anni, che abbia cambiato in maniera irreversibile il nostro modo di conoscere la realtà circostante e che anche il luddista più incallito debba scendere a patti con la sua esistenza. Al di là del gusto o meno nel condividere parti di sé online – per esempio, a me piace molto, a volte pure troppo! –, ritengo che un’infarinatura di “teoria di internet”, nel senso più lato, non possa che fare bene a tutti. Ai cosiddetti nativi digitali, perché spesso danno per scontate un sacco di cose (se non avessimo Google, come troveremmo i siti che ci interessano?); alle generazioni precedenti perché non c’è alcun motivo per escluderle, o perché si autoescludano, dal digitale. Una naturale ritrosia nei confronti del virtuale può anche essere comprensibile, ma saperne un po’ di più aiuta a eliminare degli stereotipi quali “internet ha rovinato l’italiano”. Alla fine, comunicare, farsi capire e capire, conoscere i mezzi che stiamo impiegando, con la percezione di cosa sia lecito e cosa illecito, di cosa si debba e cosa non si debba condividere online, fa comodo a tutte le età.

Ho letto alcune delle opere da te tradotte con maestria, di autori della letteratura ungherese come János Székely, Magda Szabó ed altri. Una maestria che deriva innanzitutto dalla tua profonda e intelligente conoscenza e pratica della lingua italiana, prima ancora che dal tuo essere all’origine madrelingua ungherese. Quali sono e perché, tra i libri che hai tradotto, quelli a cui sei più affezionata? Qual è il sentimento principale legato alla tua esperienza di traduttrice dall’ungherese?

Sicuramente Tentazione perché l’ho tradotto metà con mia figlia in pancia e metà con mia figlia al seno, letteralmente. È un romanzo di formazione, e farlo da incinta prima e con una neonata da accudire poi mi deve aver resa particolarmente sensibile alla storia del protagonista. E poi, tutti i libri di Magda Szabó che ho avuto la fortuna di tradurre. Una scrittrice incredibile, che descrive le storture dell’animo umano con precisione chirurgica. Ma in generale, ogni libro che ho tradotto mi ha lasciato qualcosa. Prendiamo Krúdy, ad esempio: l’ho tradotto in un momento in cui stavo soffrendo molto per questioni sentimentali, e parlando di una specie di gigolò immortale (la versione magiara di Sindbad il Marinaio) non ho potuto che metterci un pezzettino della mia sofferenza personale... L’atto del tradurre è un atto di trasformazione, ma anche di creazione ex novo. La Szabó tradotta da me sarà lei, Magda, con dentro un pezzetto anche di me. Considerando che da ragazzina scrivevo, ma che poi ho smesso quasi del tutto, amo particolarmente la sfida di “diventare” lo scrittore che sto traducendo. Non è semplice, non sempre ci riesco, ma questo esercizio alla Zelig è forse l’aspetto della traduzione letteraria che preferisco.

Qual è, tra i vari tasselli che compongono il ricco mosaico-Gheno (responsabile del profilo Twitter dell’Accademia della Crusca; docente universitaria; traduttrice et alia), quello che senti che ti definisce maggiormente o nel quale più pienamente ti riconosci e perché?

Difficile dirlo. Diciamo che le varie “maschere lavorative” alla fine si compenetrano. E io sono l’insieme di tutte quelle maschere. Certo, spiegare cosa faccio è sempre molto complicato e dispendioso: da questo punto di vista, dire che gestisco il Twitter della Crusca è la qualifica che “arriva” più celermente all’interlocutore... ma io sono “social media manager”, per dirla all’inglese, sono “prof”, come mi chiamano i miei studenti, sono traduttrice ma anche mamma, figlia, amica, collega di lavoro, giardiniera per passione, appassionata di Trono di Spade... sono tutte queste cose insieme. Una cosa che di fatto mi aiuta nei vari lavori che svolgo è lasciare che ci sia un po’ di passaggio tra una figura e l’altra. Ad esempio, essere Twitter manager mi aiuta nell’affrontare con pazienza una lezione universitaria, come essere docente mi rende particolarmente paziente quando devo ripetere le cose su Twitter per la centesima volta. Commentare le ultime prodezze di Sansa Stark con i miei studenti mi rende un po’ meno ostica ai loro occhi...

Quali degli argomenti che tratti nelle tue lezioni vengono maggiormente apprezzati e seguiti dagli studenti o li incuriosiscono di più? Quali temi invece sono il loro tallone d’Achille in sede d’esame?

Forse quando parlo della lingua dei social ai ragazzi, e loro rimangono stupiti nello scoprire che anche quello che sentono come il loro gergo può essere studiato con la serietà di un trattato seicentesco. Un argomento che va forte a Firenze, al laboratorio di italiano scritto, è la questione dei neologismi, ovvero come si creano le parole nuove e come entrano nel vocabolario; a Siena, al laboratorio di informatica, gli studenti sono sempre affascinati dagli albori della storia del web. Quando partiamo con il lancio dello Sputnik da parte dell’URSS nel 1957, rimangono sempre un po’ spiazzati. Per le giovani generazioni, internet in un certo senso c’è sempre stata, e d’altro canto non pensano che sia così “anziana”. Direi che i punti di crisi maggiori sono l’ortografia (per esempio, moltissimi dei miei studenti scrivono accellerare e colluttorio, e convincerli che le parole si scrivono accelerare e collutorio richiede sempre un certo sforzo, perché occorre abbattere il bias cognitivo di “ma io li ho sempre visti scritti così”). L’altro tallone d’Achille (o tallone da killer, come mi hanno detto una volta) è chiaramente la difficoltà a concentrarsi nello studio, per cui spesso mi capita di interrogare studenti che sanno perfettamente ripetere la lezione ma non capiscono, letteralmente, quello che stanno dicendo. Cerco sempre di spiegare ai ragazzi che per comprendere davvero un testo occorre averne inteso ogni parola, che se non sanno il significato di un termine non ha alcun senso imparare la lezione “a papera”. Quindi li esorto sempre a usare il dizionario!

Insieme ad altre tue colleghe e con notevoli consensi, ma anche critiche o opposizione netta, stai conducendo una vera e propria battaglia culturale e linguistica per quella che potremmo definire una rivoluzione antisessista nella lingua italiana. Come e quando nasce la consapevolezza che ti ha portato ad essere tanto determinata in questa campagna perché tra non molto tempo (se già non lo fa) tua figlia possa dirti: “Mamma, da grande voglio fare la sindaca!”?

La battaglia è condotta da altre linguiste ben più titolate di me, in particolare, per la Crusca, da Cecilia Robustelli. Io, diciamo, mi trovo nelle retrovie. Devo ammettere che sono partita scettica, sulla questione del femminile dei nomi di professione. Come molti, non mi sembrava una battaglia essenziale per la donna. Poi, riflettendo meglio, mi sono resa conto che gran parte della mia “renitenza” a sindaca o ministra veniva solo dal fatto che sono termini ancora poco consueti. Un linguista non dà un giudizio di bellezza o bruttezza (o cacofonia) della parola. Pneumotorace o isterosalpingectomia potrebbero essere considerate parole brutte o cacofoniche, ma ci servono. D’altro canto, nessuno può decidere arbitrariamente, a tavolino, di introdurre una nuova parola nel vocabolario. La Crusca ha dato semplicemente parere favorevole all’uso del femminile di nomi di professione fino a oggi desueti, come ministra, sindaca, prefetta e così via. In fondo, scomodando Saussure, che cosa sono le parole, se non “cartellini” attaccati a dei significati? In questo momento sta diventando normale, per le donne, ricoprire ruoli precedentemente percepiti come de facto riservati ai maschi. La lingua può cambiare accogliendo queste innovazioni. E alla fine, come sempre, saranno i parlanti – o forse, in questo caso, soprattutto le parlanti – a decidere. Per conto mio, dovendo scommettere, penso che tra dieci anni nessuno riderà più a sentire ministra o sindaca, ma nemmeno ad architetta. In fondo, la fase coprolalica si supera abbastanza precocemente, e nessuno ha pensieri torbidi nel dire benefica, nonostante le assonanze... Che i parlanti di una lingua siano protettivi nei suoi confronti è naturale (si pensi solo al maestro Probo che se la prendeva con i “volgarizzamenti” del latino, cfr. http://www.treccani.it/lingua_italiana/articoli/percorsi/percorsi_1.html), ma poi la lingua, sostanzialmente, fa quello che le pare, o meglio, si plasma nella maniera che risponde meglio alle esigenze dei suoi fruitori.

In una nota trasmissione notturna su Rai1, un conduttore/giornalista irpino conclude inevitabilmente le sue interviste con l’ormai classico: “Si faccia una domanda e si dia una risposta”. Marzullianamente, a te la parola :-)

Ok. Allora. “Cara Vera, come fai a non impazzire nel seguire tutti i lavori che fai?” “Il segreto è uno solo: che mi piace, immensamente, ognuna delle cose che faccio”.

Scarica l'intervista PDF

 

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported License