Anna Drakopoulou intervista Eleni Stassinu

Eleni Stassinù (Patrasso 1948) è membro dell’Unione Panellenica degli Scrittori e dell'Associazione degli Scrittori Greci. Esordisce con la raccolta poetica Le sofferenze della mutazione (1991). Quest'opera è stata presentata in molteplici sale teatrali con l'accompagnamento musicale di grandi musicisti greci. Seguono l’opera poetica Droghe e 13 (1992), che è stata drammatizzata, musicata e accompagnata dal virtuoso percussionista delle Olimpiadi: Nikos Tuliàtos. Segue la raccolta poetica Oltre (1998), i romanzi: La comare Margarita (1997), Evasione verso la luce (1999), Stefano dell’oliveto (2000), La Santa meretrice del suo cuore (2001), L’impero dei presuntuosi (2003), Audizione (2004), Notti di sottomissione (2007), autentico best-seller (due edizioni in cinquanta giorni). Del 2011 è La donna di Delfi. Scrive anche favole che sono state pubblicate sulla rivista di Logos e Arte "Rogmès".

 

Cosa ti ha spinto e di seguito incoraggiato a scrivere?
La Grecia della mia preadolescenza era la Grecia della povertà. A quei tempi, gli avvenimenti, collettivi o individuali, avevano un altro peso, lasciavano un’ impronta diversa e avevano altre conseguenze. Per una bambina di una famiglia numerosa era molto facile diventare introversa, perché le presenze dei più grandi erano estremamente rumorose. Così, in un clima dove impressioni, affermazioni, progetti, opinioni, cercavano di prevalere tramite il chiasso, la mia voce infantile si è mutata in un urlo silenzioso, in “scrittura”. Il primo atto è stato la prima protesta scritta contro la voce dei grandi. La prima azione di resistenza contro la rumorosa istituzione della famiglia. Quindi, per me, la scrittura è scaturita dall’indiretto imbavagliamento della parola. Quando i rumori si sono placati, perché la vita ha fatto crescere (non di età) i membri della famiglia, ci si è accorti di chi da sempre era rimasto in silenzio. Hanno letto gli scritti di protesta e hanno detto con ammirazione tutti insieme: “brava”. Questa detonazione ha fatto sì che cominciasse un percorso nuovo. Fino a quel momento gli scritti erano invisibili – illegali -, poi sono passati allo stadio della legalità, della circolazione da una mano all’altra e nelle mani della critica. A dodici anni allora ho avuto il battesimo nella loro fiducia, quindi il loro consenso è stato il reattore della partenza. Quell’ambiente, allora (classe operaia), dove la miseria avrebbe potuto uccidere ogni traccia di bello, di arte (teatro, musica, danza, scrittura) ha preservato e ha fatto rinascere i suoi membri.

Qual è il fattore che mette in moto l’istinto di scrivere?
Nella mia famiglia il numero degli uomini superava il numero delle donne, nonostante ciò, le persone dell’ambiente circostante erano prevalentemente donne. Le loro voci costituivano il nucleo centrale della mia attenzione. Queste voci mi ninnavano, mi riprendevano, mi strillavano, mi consigliavano; le stesse voci benedicevano, maledicevano, complottavano, urlavano. Erano sempre quelle stesse voci che alcune volte non si sentivano, che subivano silenziosamente violenza. In questo mondo si incontravano voci che traboccavano dagli occhi amareggiati e dalle bocche serrate. Le voci che sono state soffocate anche nella morte che diventava una cerimonia ammutolita. Queste voci parlano nei miei scritti. La donna che non ha parlato o che ha parlato nel momento sbagliato, la donna che ha osato parlare ma ha usato parole sbagliate o parole da uomo, la donna che è morta perché non ha denunciato la violenza che ha subito il suo corpo o la sua anima. La voce di una donna che ha vissuto, sì, ma uccidendo il suo sacro io, quella sublime e particolare natura femminile, dentro un sistema che ha cercato di modernizzarsi, ma nello stesso tempo è stato incatenato dalle contraddizioni, dalle postille, dalle sviste e dalle incongruenze di leggi che questo stesso sistema ha escogitato. Questa, sempre la stessa donna, mi tiene stregata per sempre. Resuscita continuamente nella mia vita e nei miei scritti, soffre e soffro fino all’ultima riga quando si scriverà la parola greca “fine” (che nella mia lingua vuol dire “è stato adempiuto lo scopo per il quale è stato destinato?”), finché alla fine, la redimo sempre, in qualche modo, assolvendola anche se la verità può essere un’altra. E sempre è la donna che mette in moto “l’istinto” dello scrivere, proprio questo desiderio di scuotersi da dosso i diversi attributi-gusci che impediscono di far vedere lo splendere del suo vero io. E questi gusci sono le superstizioni, i pregiudizi, i preconcetti, ma anche l’insieme di leggi, che hanno delineato accuratamente l’incapacità femminile (e non le capacità). Poi le punizioni in cui incorre per ottemperanza o devianza dai confini delle istituzioni, a livello individuale, famigliare e sociale. Così, con la parola scritta si può gettare il seme per mettere in dubbio l’irremovibilità e l’imparzialità maschile. Per esempio, trovare il modo per “Come non diventare la donna Complice dell’Uomo” per la sua autoumiliazione, allora lo scopo è stato raggiunto. Se dal piacere della ANA-GNOSI (lettura) si arriverà alla DIA-GNOSI (diagnosi) per arrivare al punto centrale della EPI-GNOSI, (consapevolezza), infine potrà il lettore-la lettrice ridefinirsi tramite l’AUTOEPI-GNOSI (autoconsapevolezza). Se succederà questo, la scrittura avrà compiuto il suo secondo compito. Da un atto egoistico e solitario diventerà sociale e costruttivo.

Scrivi per una tua personale necessità oppure per il bisogno di dare lezioni di vita o trasmettere esperienze di vita?
La scrittura, come ho detto prima, si fa principalmente per necessità individuale. Scrivendo indaghi, ricerchi, scavi, scopri, analizzi, revisioni. Affronti vecchie ferite che molte volte si sono infettate. Qualche volta riesci a curarle, qualche volta le ignori per trovartele più tardi davanti ancora più aggravate. Ti confronti con i fantasmi. E, indipendentemente, se esci vincitore o ti senti ancora vinto, costruisci la tua autostima e la tua integrità. Perché, con ogni libro, ricrei quella parte che ti manca.,Quella che manca alla tua completa integrità. Diventi integro, in quanto, durante il processo della scrittura di un libro, prima ti scomponi. Lo stesso accade allora quando il libro viene consegnato al lettore. È probabile che lui stesso passi attraverso il procedimento della scomposizione-composizione. Questo è assolutamente curativo, immediatamente o nel futuro. Appena scrivo la parola “fine” a un mio libro, auguro sempre che possa funzionare come rimedio.

La tua scrittura ha una tematica concreta?
Di solito i miei libri costituiscono urli di donne. Forse perché molte donne urlavano dentro di me, accanto a me, forse perché molte si sono fatte da sole giustizia oppure no dentro di me o accanto a me, forse anche perché molte non hanno pronunciato una parola né dentro di me né accanto a me, io sento di redimermi mentre le redimo, mentre cerco di ascoltare il loro suono. Anche in un mio libro La fuga verso la luce, dove il protagonista è un uomo, le donne sono quelle che determinano l’acuirsi o l’affievolirsi della sua malattia mentale.

Ti trova d’accordo il termine “letteratura femminile”?
Finché esiste il termine “maschile” e “femminile” e non il termine “umano”, finché noi donne non facciamo niente, mentre cresciamo gli uomini del domani, nell’educarli principalmente come esseri umani, ci sarà questa distinzione, anche se sosteniamo che lo scrittore nel suo creare è un essere senza sesso, plasmabile, flessibile, poliedrico e particolarmente teatrale! Se almeno al momento della scrittura l’autore riesce a essere maschio, femmina o niente da questi due nel loro stretto significato, a essere terra o cielo, a effondere e a essere effuso, a penetrare e a essere penetrato, a essere protagonista e spettatore, a far evolvere o far involvere personaggi, ruoli, strategie, a far volare in cielo personaggi e situazioni, oppure a buttarli per aria in pochi secondi con un tratto di penna, non dovrebbe esistere il termine “letteratura femminile”. Però esiste. Perché qualcuno insiste sulle distinzioni di sesso, insiste sulla superiorità o sulla inferiorità, come ho già detto prima riguardo alla parola “Uomo”. Forse e sottolineo forse, gli uomini sostengono la necessaria “qualità” che esiste solo nella letteratura “maschile”, e le donne credono da parte loro di essere un’ ottima preda per i lettori…

Nella letteratura contemporanea greca i titoli aumentano. Sono però più i libri di valore, oppure no?
Sì, la verità è che aumentano molto i titoli. E io lo considero un dato molto buono. La scrittura è un ottimo mezzo per la canalizzazione dell’energia e forse con gradualità educa a sufficienza chi scrive, in modo da svincolarlo da questo quadro (canalizzazione dell’energia) e dirigerlo al “creare” per attingere energia e per trasmetterla moltiplicata. Per quanto riguarda se valgono la pena o no… la pena riguarda il creatore. Sono sue la fatica e il tempo, quindi sua la vita che dispone come vuole. D’altra parte, il lettore valuta il suo tempo-vita e lo dispone a suo arbitrio. I lettori con la loro scelta danno vita al romanzo e lo votano. Ma non ciò non significa che diano il loro voto a chi se lo merita. Forse danno il voto a quello che si meritano. Questo però è risultato di altri fattori.

Il tuo prossimo libro esiste già almeno come progetto?
Il mio prossimo libro l’ho già depositato. Parla di una città dove c’è una situazione di annientamento e dei risultati del panico sulla psicologia dei suoi abitanti. Proprio in questo momento che attraversiamo, si tratta di una città nel nulla, che non si trova da nessuna parte e dappertutto. E, naturalmente, sono i bambini, i pazzi, i sognatori che correggono la bruttezza generale di una decadenza totale.

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