Andrea Detoma intervista Marco Vitale

Foto di Dino Ignani
Marco Vitale (Napoli 1958) vive a Milano. Tra i suoi libri di poesia Il sonno del maggiore, Il Bulino 2003 (poi in Bona Vox, Jaca Book 2010), Canone semplice, Jaca Book 2007, Come da un lungo sonno, Il Bulino 2009, Diversorium, Il Labirinto 2016. Un suo racconto, intitolato Port'Alba, è uscito a Mendrisio nel 2011 per i tipi di Josef Weiss. Tra le sue traduzioni le Lettere portoghesi di Gabriel de Guilleragues, Bur 1995, Gaspard de la Nuit di Aloysius Bertrand, Bur 2001, Stanze della notte e del desiderio di Jean-Yves Masson, Jaca Book 2008, Miseria della Cabilia di Albert Camus, Nino Aragno Editore 2011. Ha pubblicato la monografia Parigi nell’occhio di Maigret, Unicopli 2000 (nuova edizione 2013) e cura, per la stessa casa editrice, la collana “Le città letterarie”.

 

“Nei grandi presepi napoletani che da piccolo mi incantavano– e mi incantano ancora – un posto laterale, ma importantissimo, è occupato dalla locanda, il diversorium della Vulgata, che nella Santa Notte è “completo”. La fantasia degli artigiani del Settecento ne ha fatto un luogo ameno e rischiarato da lanterne dove si consumano i cibi della festa, si beve, si gioca ai dadi o alle carte, si suona, si canta, si accenna talora anche a qualche passo di danza in perfetta letizia e inconsapevolezza. Perché la vita, non ricordo più chi lo abbia detto, è quella cosa che accade mentre ci occupiamo d’altro”.

“Diversorium” è un termine latino sovrascritto dalla prepotenza popolare logorato dall'uso e giunto ad indicare “l'albergo, la locanda” che ha avuto origine da un semplice significato di "diversità", della diversità, anzi, delle diversità - genitivo plurale - delle persone: ognuno in fuga dai propri problemi e dalla fatica fisica, entrando nella calda locanda, accolla le sue preoccupazioni al giaccone logoro, che lascia automaticamente appeso all'ingresso. E nonostante fuori stia nascendo Gesù, un po' di sano egoismo ci lascia concentrare sulle distrazioni.
Leggendo «Diversorium» di Marco Vitale, entriamo nella locanda dove egli è l'oste: una tavola priva di seducenti riflessioni mondane che ci lasciano dimenticare di Dio e imbandita di riflessioni sulla quotidianità. La cucina non utilizza le seguenti spezie: banalità e superficialità.
A Marco Vitale piace dialogare a tavola con gli avventori e serve spunti, pone domande e mostra i ricordi legati alle proprie città.

“A volte una poesia è soltanto un piccolo
commento su una foto
un soffio fatto di niente come dire
guarda, come sorridevate
qui quando la luce dorava un giorno senza fine, guarda
come eravate giovani, che buffi
gli abiti di allora. Dove siete?”

Anche se l'oste tiene sempre in salvo le ricette migliori, noi siamo curiosi. Lei mi ha confessato che c'è chi la definisce inattuale, ma credo che sia l'accusa ad essere inattuale: la poesia non ha età. La sua poesia dipinge ritratti brevi e sagaci di piccoli mondi interiori che riescono a far immedesimare chi ama riflettere sui propri passi. La mia generazione è forse un po' disillusa: per noi “poeta” e “poesia” sono termini scolastici ed è facile chiedersi “si può essere poeti al giorno d'oggi?”. Spieghi a questa tavola del suo Diversorium cosa vuole comunicare con la sua poesia a chi si rivolge, quando un barlume la colpisce e la sua mano segue le parole che l'animo le detta.

Non so fino a che punto i giovani siano disillusi dalla poesia. Quando mi capita di partecipare a qualche incontro o lettura trovo sempre dei giovani, e vorrei dire dei giovanissimi, in prima fila che seguono, fanno domande e, spostandoci su una fascia d'età che va dai trenta ai quarant'anni, segnalo l'attività di diversi poeti che scrivono cose davvero interessanti e questa è una prima risposta a una sua domanda. Sì, si può ancora essere poeti, perfino giovani poeti. Certo la poesia non è un “fenomeno” di massa, ma questo non riguarda solo i giovani ed è un discorso che ci porterebbe lontano. Ma vengo all'altra domanda, sperando di non creare sconcerto con la risposta: non so bene a chi mi rivolgo quando scrivo e non so neanche cosa intendo “comunicare”. Provo a spiegarmi meglio. Se proprio mi devo travestire da oste non è detto che alzando e abbassando una leva del bancone spillerò la stessa birra: la poesia non è sempre lì a disposizione e nasce invece un po' quando le pare. L'abilità del poeta consiste nel cogliere i segni di qualcosa che si può manifestare, sentendo questo qualcosa vicino alla propria sensibilità, alla propria visione, anche alle proprie idee. È il momento “aurorale” (mi perdoni l'aggettivo un po' ingombrante) della poesia, su cui molto si è parlato e si parla, e resta in sostanza un mistero. Poi certo segue il lavoro, che può essere molto lungo, se il “risultato” non viene sentito conforme all'intuizione iniziale, tralasciando il fatto che la scrittura può prendere altre strade, magari in direzioni più interessanti rispetto alla stessa prima intuizione. In questo senso la poesia è esperienza, più che comunicazione. Resta da capire se questa esperienza ha un valore solo per me che scrivo o anche per qualcun altro, come sarebbe auspicabile. E qui davvero credo che conti poco l'argomento: se è “recuperato” dal quotidiano, dalla memoria, dal pensiero, dalla storia o dagli accadimenti della “cronaca”, anche tragici. Mi piace comunque la definizione di “piccoli mondi interiori” che lei dà del mio lavoro e magari in questo potrebbe consistere l'inattualità che ricordava. Ma a ben vedere il rovello dell'inattualità mi è sempre stato presente. Quando ho cominciato a scrivere (fine anni settanta, inizio ottanta) la koiné del tempo era dominata dalle poetiche della neo avanguardia, un movimento che aveva detto diverse cose interessanti insieme ad altre molto meno condivisibili, ma che sembrava a quell'altezza come ossificato sui propri schemi. Provai anch'io a scrivere assemblando linguaggi, “materiali”, ma erano esercizi a freddo, sicuramente attuali per gli standard di allora: capii presto che non mi portavano da nessuna parte. Sul banco d'accusa era allora il pronome personale di prima persona: non doveva farsi vedere in giro e se ne parlava come oggi un sindaco leghista parlerebbe di un richiedente asilo. Per fortuna, in quegli stessi anni, uscì una splendida inattuale raccolta di Dario Bellezza intitolata: “Io”.

“L'amore una ricchezza che offende, un privilegio indifendibile”. “La voce di Arletty”, sezione interna al « Canone Semplice » di Marco Vitale si apre citando “Piccola ode a Roma” di Attilio Bartolucci («Viaggio d'inverno», Garzanti, 1974 ). Piccolo verso, che posto all'interno dell'opera, non fa che confermare il vago sospetto che quella non sia soltanto una dedica. È un'affermazione, un ringraziamento, un sodalizio mentale. Bertolucci e Vitale dipingono le città e la quotidianità toccando le stesse corde, intonandosi alla stessa altezza musicale, ma ognuno con il proprio timbro. Attilio stesso venne definito un inattuale: una persona che preferisce la sua Storia alla storia della civiltà che lo circonda ( in quegli anni, anche Morante, proprio a Roma pensava a « La storia », appunto ). Forse anche Vitale, in questa società che sta scivolando verso il superficiale, preferisce gettarsi in un quotidiano policromatico, proponendo un suo bianco canone. Ecco il secondo testo di questa sezione di «Canone Semplice»:

“Facile, e chi l'ha mai pensato?
Semmai fu facile saperti al lume
del tuo caro apparire
fu facile ferirsi

Eravamo al caffé, moriva l'anno
a Roma in un ricordo
di dorata luce e le tue dita
corsero ai capelli.
Fu appena un gesto
a consueto a raccoglierli, uno soltanto
ma così tuo, levando un poco il seno
e le spalle
Era il dolce rumore della vita
che per te ritornava
chiaro in quel battito a me
così affannato

Eri la medicina e la ferita
la gioia se solo io ti guardavo”

(Il dolce rumore della vita, per chi non lo sapesse, è il titolo di un film diretto da Bertolucci... Giuseppe, uno dei due figli registi di Attilio)

Un'altra componente vivida e spontanea nella poesia del Vitale è la luce: l'opera di Marco Vitale è sempre accesa: “Potevano trascorrere le ore / nel sigillo di un battito e la luce / dischiusa in un silenzio di persiane e d'alibi saggiava l'amaranto / della fioriera” oppure “Cosa è cambiato non saprei più dirlo / ma il silenzio che adesso ci ripara / ha forza di bagliore, di sigillo / di dismesso alfabeto”. E potrei citare la maggior parte dei versi contenuti dell'opera, data la predominanza di senso. Anche la luna compare ben quasi dieci volte all'interno dell'opera.
Ma c'è una poesia in particolare sulla quale vorrei puntare i riflettori, visto che si parla di "luci poetiche":

“Nella luce Vittorio nella luce
che filtra dalla chiome sulla curva
degli autunnali platani e l'abbraccio
ti accoglio come calcola la cornice la stampa
l'anello il becco della gazza

[ ... ]

Perché tutto è possibile Vittorio tutto è luce”

Vittorio, Vittorio...Vittorio Sereni?

Anche la sua seconda domanda mette insieme diversi temi. Provo a risponderle senza tralasciare niente. Innanzitutto Attilio Bertolucci, del quale lei troppo generosamente mi pone all'altezza. Vero è che Bertolucci è tra i poeti che ho più amato e letto e penso abbia anche influito sul mio modo di scrivere. L'esergo tratto dalla “Piccola ode a Roma” mi è particolarmente caro, come mi è cara quella poesia, che considero tra le sue vette. Ma innumerevoli sono davvero le sue vette... Ugualmente mi è cara la poesia di Caproni, di Penna, di Saba, di Vittorio Sereni: autori anche distanti fra loro, ma accomunati da un'altezza stilistica che oggi dovrebbe essere motivo di rimpianto. Sulla superficialità dei tempi ho difficoltà a pronunciarmi, a meno che non la si circoscriva alla banalità e all'usura del linguaggio, quali si manifestano nella comunicazione politica e/o commerciale (spesso è difficile distinguerle...), nella rete, nella letteratura di consumo... Allora sì la poesia, pur nella modestia del suo bacino d'ascolto, può fungere da antidoto, può pronunciare parole di verità e in questo, penso, consiste la sua eventuale funzione “civile”. “Canone semplice”, il canone musicale a due voci cioè, riferendosi a un principio dialogico - posso dire antinarcisistico? - intendeva andare proprio in questa direzione. Così come “il dolce rumore della vita”, che citavo da un meraviglioso distico di Sandro Penna (“Io vivere vorrei addormentato / entro il dolce rumore della vita.”) e che è troppo spesso sovrastato dal frastuono.
Mi diverte l'idea, da lei sottolineata, che nei miei libri tengo sempre la luce accesa (ma la prima luce che lei cita viene da oltre le persiane, in quella che a Napoli si chiama la “controra”). La luce, ma anche l'ombra, compaiono un po' come dramatis personae in tutti i miei libri e costituiscono un soggetto che non ha ancora trovato soluzione.
Vengo all'ultima domanda. Il Vittorio a cui mi rivolgo nella poesia che cita in chiusura non è Vittorio Sereni, ma un nascituro che doveva chiamarsi, e si è poi effettivamente chiamato, Vittorio. Quella poesia mi fu chiesta dalla madre - una cara amica - che lo aspettava: intendeva utilizzarla su un cartoncino pieghevole di partecipazione al lieto evento. Come vede, Andrea, una poesia scritta su commissione, ma molto volentieri da parte mia perché mi dava modo di affrontare un tema misterioso come è quello della vita cosiddetta prenatale e del successivo incontro con la luce: un momento che tutti noi abbiamo vissuto, senza poterlo ricordare, e che abbiamo in comune con l'intero mondo animale “non sapiens” (?). Pochi giorni fa, leggendo per la prima volta un romanzo giovanile di Corrado Alvaro, sono capitato sulla descrizione della nascita di un vitellino; una pagina di una bellezza impareggiabile, di cui ricorderò sempre, provenienti dal caos insondabile, gli occhi della creatura velati dal gelo del mondo.

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