Emilia David intervista Norman Manea

Norman Manea è nato nel 1936, a Suceava, in Moldova, nella regione storica della Bucovina, in una famiglia ebraica. È deportato da bambino, nel 1941, a cinque anni, in un Lager ucraino in Transnistria, dove rimane insieme ai genitori fino al 1945. Vive da adolescente l’illusione dell’utopia comunista da cui ben presto prende le distanze. Lascia nel 1987 la Romania dopo che i suoi libri furono stravolti dalla censura, per vivere un anno a Berlino e infine per stabilirsi a New York, dove insegna Studi e Cultura Europea al Bard College. L’esilio assume inevitabilmente nella sua opera significati molteplici che si intrecciano in modo fertile: dal Lager nazista, al regime dittatoriale comunista; dal rapporto con la lingua della sua letteratura, dunque dall’esilio linguistico a quello interiore dell’outsider, Norman Manea si dichiara “un esiliato perpetuo”.

Vincitore di numerosi e importanti premi internazionali, in Italia i suoi romanzi e i suoi volumi autobiografici, editi dal Saggiatore (Clown. Il dittatore e l’artista [1995], Ottobre ore otto [1998], Il ritorno dell’huligano [2004], La quinta impossibilità. Scrittura ed esilio [2006], La busta nera [2009], e così via), sono stati tradotti per lo più da Marco Cugno. Questa intervista è stata resa possibile grazie alla venuta di Norman Manea in Italia per la tournée di presentazione del libro Corriere dell’Est. Conversazioni con Edward Kanterian, traduzione di Anita Bernacchia (Il Saggiatore, Milano, 2017). Gli organizzatori, l’Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica, in partenariato con l’Università Ca’ Foscari di Venezia, il Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari dell’Università degli Studi di Padova, Il Circolo dei Lettori (Torino), insieme ad altri partner, e con il patrocinio dell’Ambasciata di Romania in Italia, dei Consolati Generali di Romania a Trieste, Torino e Milano, in accordo con l’autore, hanno reso possibili più incontri: a Venezia, il 13 settembre, all’Auditorium Santa Margherita – Campo Santa Margherita, nell’ambito degli incontri “Writers in conversation” dell’Università Ca’ Foscari, quando Norman Manea ha conversato con Claudio Magris. I due scrittori hanno partecipato sempre insieme: il 14 settembre, alla Giornata di studi in onore dell’esule romeno, organizzata presso l’Università degli Studi di Padova – Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari, alla quale sono intervenuti studiosi e docenti di Lingua e Letteratura Romena che insegnano in Italia e Romania, Dan Octavian Cepraga, Donato Cerbasi, Carmen Muşat, Roberto Scagno, Lorenzo Renzi, Giovanni Rotiroti e Emilia David. 

La tournée è continuata a Torino, il 16 settembre, al Circolo dei Lettori, dove Manea ha dialogato con Andrea Bajani, Edward Kanterian, Senior Lecturer all’Università di Kent e coautore del volume Corriere dell’Est, e con la traduttrice Anita Bernacchia. Sono seguiti altri due momenti a Milano, il 17 settembre, con Andrea Bajani, in occasione di un evento dedicato alla memoria di Antonio Tabucchi e intitolato Viva Tabucchi! Infine, il 19 settembre, ha avuto luogo una presentazione alla Libreria Feltrinelli Duomo, con Edward Kanterian e Ginevra Bompiani.

 

“Professor Norman Manea, cominciamo dal suo libro più recente, appena uscito per la casa editrice il Saggiatore, Corriere dell’Est. Conversazioni con Edward Kanterian. Questa pubblicazione è infatti il motivo della sua tournée in Italia. Chi è il suo interlocutore in queste interessanti conversazioni? Sul risvolto di copertina leggiamo che si tratta di una sua vecchia conoscenza.”

Esatto. Il mio rapporto con Edward Kanterian è cominciato con una controversia, oppure con un conflitto. In un numero di Lettre Internationale di molti anni fa apparve un testo piuttosto violento e critico contro l’articolo che avevo scritto su Mircea Eliade, in cui Kanterian affermava che non ci si poteva basare su alcuni articoli politici per caratterizzare una personalità di dimensioni tali ecc. Si trattava della versione tedesca della rivista. Ma vorrei dire qualche parola su di lui. È nato in Romania da padre armeno e madre tedesca, a un certo punto credo che i suoi si siano separati. Lui si è comunque trasferito in Germania con la madre all’età di otto anni. Ha fatto tutte le scuole in Germania, in tedesco, compresi gli studi universitari. Dopodiché un dottorato in Inghilterra, se non erro, ed è rimasto all’Università del Kent come docente. Quindi, ad incontrarsi sono due minoranze etniche, per parlare soprattutto del loro paese d’origine. Lui è tedesco a metà, direi anche di più, primo perché lo è sua madre, secondo perché ha trascorso in Germania tutta l’adolescenza e la giovinezza. Dopo il suo articolo critico io risposi, e lui ebbe uno choc. Non conosceva davvero l’atmosfera degli anni in cui Eliade aveva scritto quei testi, e direi che fu il primo passo per una sua totale riconversione. Tanto che circa otto anni fa, quando partecipammo insieme a una lettura serale a Berlino, alla Literaturhaus, lui tenne un discorso in cui spiegò cosa io avevo significato per lui. Ovvero che si era trattato di un risveglio, di una rivalutazione, di una nuova riflessione.

In pratica lei è stato un maestro per lui.

Sì, e sono lieto che da questo conflitto sia emersa un’amicizia, alla fine. Lui trascorse poi un periodo a New York per fare uno stage presso un giornale ebraico di lingua tedesca. Venne a farmi visita con una certa riluttanza, dopo le ostilità che avevamo avuto. Ma riuscimmo a capirci molto bene e mi propose allora di fare insieme un dialogo. Questo libro comprende dialoghi svoltisi in luoghi e periodi diversi. Anche quando in seguito tornò in America, riprendemmo il discorso e il dialogo che avevamo interrotto. Bisogna inoltre dire che ci siamo visti in altri luoghi, a Bruxelles e in altre città, confermando in qualche modo il nostro affetto reciproco e la nostra conversazione, ovvero questo nostro modo di comunicare. Riguardo al libro, il volume in italiano è di dimensioni molto ridotte rispetto a quello romeno. Di comune accordo, abbiamo espunto tutto quel che non riguardava la Romania e che sarebbe stato di difficile comprensione e non interessante per un lettore italiano. Il nostro rapporto nacque nei primi anni dopo l’89, un periodo molto turbolento per la Romania, caratterizzato da un’isteria anticomunista e nazionalista. I quattro milioni di membri del partito comunista erano diventati da un giorno all’altro grandi contestatori, tutti avevano sofferto in modo inaudito! Il mio testo su Eliade fu accolto con scherni e canzonature di ogni tipo. Nelle conversazioni del libro parliamo di quanto accaduto al mio testo e della “questione Eliade”, che era molto sentita in quel momento. Infatti, i vecchi ritratti dei mostri sacri della letteratura furono spostati da sinistra a destra, o meglio furono sostituiti da valori autenticamente letterari, ma più ambigui dal punto di vista politico, più sospetti. Questa era l’atmosfera degli anni Novanta. Poi, quando la Romania è entrata nell’Unione Europea, le cose si sono placate. Come sappiamo, i romeni sono un popolo che si sa adattare e questa isteria tragica non esiste più. Noi abbiamo captato i cambiamenti in atto nella cultura e nella politica, eravamo molto ricettivi rispetto a quanto accadeva nel paese. Era in corso una rivoluzione, ma una rivoluzione positiva, ci parve, dopo la follia che aveva caratterizzato il 1989. Tutto questo si rifletteva nel libro in versione romena in modo dettagliato. Nella versione italiana invece, tradotta da Anita Natascia Bernacchia, abbiamo tolto tutto ciò che ci pareva troppo “romeno”, nomi, giornali, personaggi e così via. Ciò che è il libro adesso offre un quadro generale, ma non di più.

Questa conversazione viene dopo altri dialoghi già pubblicati in Italia, in cui lei ha avuto come interlocutori Claudio Magris, Philip Roth, Sean Cotter e Hannes Stein. Ho notato che lei affronta temi familiari per i lettori dei suoi romanzi, temi molto apprezzati, riguardanti la sua identità romena e al contempo ebraica, ma anche l’esilio, l’Olocausto, e aspetti che rimandano all’attualità odierna, ovvero ai conflitti e alle derive autoritarie che esistono oggi in tutto il mondo. Se il volume in romeno aveva molta dell’atmosfera socio-politica di quel tempo, nel volume in italiano questi aspetti hanno assunto un’apertura mondiale, per così dire.

Abbiamo optato per questa soluzione. Inevitabilmente, benché il libro esista solo in romeno e in italiano, abbiamo avuto in mente anche un lettore contemporaneo di altri paesi, o che visita la Romania, magari un ricercatore interessato a questo paese. Percorrendo il libro, costui potrebbe interessarsi alla società romena e a come si è evoluta dopo l’89. Nell’originale abbiamo riportato una parte delle conversazioni, mentre in questo libro abbiamo conservato meno. È diventato come un “corriere dell’est”, in pratica. Sappiamo cos’è un corriere: messaggi telegrafici, nulla più. Non è l’esposizione esaustiva di una realtà. Chi vuole approfondire, può farlo andando in biblioteca, o in Romania. È un libro che dà un’idea, invia un segnale sulla realtà romena. Vero, la realtà romena fa parte oggi più che mai di una realtà sempre più globale. Perciò abbiamo inteso fare riferimento non solo allo spazio, ma anche al tempo e a quel che accade nel mondo in questo periodo. Un periodo diverso, l’inizio di una serie di cambiamenti molto grandi, posso supporre. Il cambiamento oggi è più rapido che mai, anche per via di questi giocattoli elettronici che abbiamo in mano e con cui veniamo contattati di continuo, in ogni punto del globo, una cosa mai vista prima. La comunicazione è rapida, direi totale, anche a causa dei mutamenti sociopolitici, che giungono a noi con grande rapidità, avvertendoci che potranno seguire cambiamenti molti drastici. Guardiamo a quanto avviene ovunque in Europa, ma anche negli Stati Uniti, che erano considerati il simbolo della democrazia sì volgare e popolare, ma pur sempre una democrazia. Una democrazia consacrata da una Costituzione di grande saggezza. I Padri fondatori che la scrissero erano persone molto religiose, si ispirarono alla Bibbia, ma avevano al contempo una mente molto aperta. Fecero in modo di introdurre regole che rendessero impossibile l’instaurarsi di una dittatura per un lungo periodo di tempo. Vi sono tre istituzioni “legaliste”, la Presidenza, la Corte Suprema e il Parlamento, che vigilano l’una sull’altra. Si potrebbe supporre che tutti i difetti umani, che immancabilmente si ripetono, possano essere mitigati da questo meccanismo di verifica costante. Purtroppo, vediamo che anche in America le cose non sembrano andare in una direzione promettente. Quanto accade con le trasformazioni sociali, nella scuola e in altri ambiti, ha eroso a mio parere una certa coerenza spirituale, stimolando sempre più l’ascensione del populismo, che potrebbe portare a un disastro. Speriamo che non durerà e che la storia americana si incanali nuovamente in un percorso positivo, insomma, che si desterà. Forse non c’è speranza che lo faccia Trump, ma persino tra i suoi tanti ammiratori, che sono molto violenti e patetici, c’è una sorta di contro-reazione per quanto accade, ovvero il predominio di una determinata classe benestante e, in particolare, il contrasto tra i molto ricchi e i molto poveri, che è immane. Ne deriveranno tensioni di ogni tipo.

Questo fenomeno è diffuso anche in Europa.

Certo, basti guardare al Regno Unito e a Brexit. Chi avrebbe mai immaginato che una delle più grandi e antiche democrazie la quale, pur essendo un’isola o una penisola, era molto legata all’Europa, si distaccasse per andare in chissà quale direzione? È un problema di cui bisogna occuparsi. Di cui dovete occuparvi – dico – voi, perché voi siete i giovani. Ecco perché, nell’affrontare questi temi, ho voluto guardare al di là della Romania, analizzando l’islamismo violento e aggressivo e altri fenomeni contemporanei, collocando tutto in un contesto il più attuale possibile.

Andando ad affrontare temi più prettamente letterari, lei dedica, anche in questo libro, pagine memorabili a Paul Celan, mentre in altri testi emergono i profili di altre vittime esemplari del nazismo, grandi scrittori romeni di origine ebraica come Benjamin Fondane o Mihail Sebastian. C’è qualcosa che, adesso oppure da sempre, la avvicina di più a Celan, autore nato come lei nella Bucovina multietnica? Forse un elemento tra i tanti è il forte scetticismo lucido?

Il caso di Celan mi pare rappresentativo, almeno sotto il profilo letterario. Attualmente è considerato uno tra i principali, se non il più importante poeta di lingua tedesca degli ultimi cinquant’anni. Sì, proviene come me dalla Bucovina, dalla “nostra” Bucovina, quella romena. Il periodo trascorso a Bucarest, dove strinse amicizia con poeti surrealisti e avanguardisti, fu per lui il periodo del “calembour”, sua definizione, direi indovinata. Poi entrò in crisi, una sua vecchia e profonda crisi spirituale e interiore, associata all’Olocausto. L’Olocausto lo aveva lasciato con una colpa da cui non riuscì a redimersi. Si era separato dalla sua adorata madre, si era salvato scappando e nascondendosi altrove. Lei fu uccisa e lui non riuscì mai a perdonarsi questa diserzione. Alla fine, ciò divenne un suo tema letterario ossessivo. Dalla Bucovina, Celan si spostò nella patria della sua lingua, il tedesco, il cui centro non era tanto Berlino, quanto Vienna. Ritrovò, dunque, il suo tedesco in un altro ambiente. Senza entrare adesso nei dettagli, la sua biografia è molto interessante. Non si lasciò coinvolgere dalla rivoluzione mercantile e populista della letteratura occidentale. Rimase un solitario, scrisse una poesia sulla sofferenza difficile da comprendere, spesso molto, o forse anche troppo codificata. Dunque fu un solitario in tutti i sensi. Come sappiamo, si suicidò.

Un po’ il destino di Primo Levi, che, allo stesso modo, non riuscì a sopportare quella pressione fino alla fine…

Sì, vi sono molti casi simili. Un altro esempio è Tadeusz Brodsky, uno scrittore polacco straordinario che finì ad Auschwitz pur non essendo ebreo, e che poi, come accadde a molti, divenne un fervido comunista. Deluso infine dal comunismo, si suicidò. Fu questa l’evoluzione, il percorso, di molti sopravvissuti, che erano sia intellettuali che creatori. Celan era un individuo fuori del comune, che metteva in discussione la stessa condizione umana. Quando l’uomo brucia il suo simile, non contano le differenze: si tratta comunque del suo simile. Pur se l’assassino è un tedesco e la vittima è un ebreo. Disse a un tratto: “Il poeta appartiene alla lingua, anche quando il poeta è ebreo e la lingua è il tedesco”. Fu così nel suo e in altri casi. Dunque il suo dramma, la sua terribile tragedia è esemplare, in un certo senso è da incubo, direi. Negli ultimi anni ho avuto un rapporto interessante con una delle sue amiche più intime, Ilana Shmueli.

Che compare anche nel libro.

Sì. Era anche lei di Cernăuți/Cernyvci. Furono amici d’infanzia e si ritrovarono molti decenni più tardi. Lei è israeliana, ebbe un percorso complicato, emigrò prima in Cina e altrove, poi in Israele. Da giovane era una violinista molto promettente. In Israele era ovviamente un’immigrata,un’ingenua. Studiò scienze sociali e divenne una studiosa in quel campo. Incontrò nuovamente Celan a Gerusalemme, quando compì una breve visita in Israele. Ilana ha scritto parole molto interessanti, cercando un po’ di spiegare perché lui non si trasferì mai in Israele. Si ritrovarono, divennero di nuovo amici e verso la fine della vita furono anche amanti. Quando la incontrai, le feci due interviste durante le quali si rifiutò di parlare con me in inglese, costringendomi a parlare in tedesco. “Questa è la nostra lingua”, diceva. C’era dunque una fedeltà “bucovina”, che trascendeva i nostri luoghi di origine. Abitava in una casa di riposo di Gerusalemme, molto elegante e confortevole. Nel suo piccolo appartamento, i libri sugli scaffali erano tutti in tedesco. L’intervista si svolse in due tappe, poi avemmo una breve corrispondenza, perché dopo qualche anno morì, era già molto anziana. Mi raccontò molte cose su Celan. Sin dall’infanzia egli era eccessivamente sensibile. E poiché la Bucovina all’epoca era provincia – e questo me lo ricordo anch’io – c’era una grande differenza tra chi abitava nella prima strada e chi nella seconda strada.

Che tipo di differenza c’era?

Era una differenza di tipo sociale, non indifferente. Lei, Ilana Shmueli, proveniva da una famiglia benestante, con un’ottima situazione, suo padre era ingegnere. Paul Celan veniva da una famiglia modesta. Nella loro cerchia di bambini si sentì sempre un po’ in imbarazzo. A un certo punto nacque un conflitto, cose da bambini, e la madre di Ilana venne a fare una piccola indagine chiedendo: “è stato lui, vero?”. Dunque la presunzione di colpevolezza ricadeva su colui che era il meno rispettato tra tutti, perché meno benestante, meno importante e così via. Fu qualcosa che lo segnò e che ritornò anche nel momento in cui la rivide.

Glielo disse.

Sì, glielo disse. La prima cosa che le chiese fu: “come sta tua madre?”. La madre di lei era già anziana. Lui non aveva dimenticato, e questo fu un esempio della sua sensibilità fuori del comune. Ciò che lo toccava e lo impregnava, rimaneva lì per tanto tempo. Ciò che mi colpì in lui non fu solo la tragedia della Transnistria e il fatto che si sentiva colpevole per la morte della madre, ma anche il modo in cui reagì alla letteratura occidentale, di cui si era accorto di far parte. A Parigi insegnò tedesco all’università. Si reputava del tutto straniero e apolide. Si godette la Ville Lumière, ma era un solitario e tale restò, nonostante le sue numerose e sorprendenti avventure erotiche.

Pensavo a Ilana-Milena (la Milena di Kafka). Lei nel libro dice proprio che Celan fu in corrispondenza con questa donna enigmatica.

Sì, esatto, si scrissero. Lei andava spesso per incontrarlo nonostante le obiezioni del marito, era sposata a Parigi, e si suicidò poco prima del suo arrivo. Lei aveva percepito che stava accadendo qualcosa.

Forse era inquieto, e lei se n’è accorta.

Forse. Arrivò troppo tardi purtroppo, un giorno dopo, lui era già affogato, recuperarono il corpo dalla Senna. Trascorse allora alcuni giorni con sua moglie e fecero la pace, per così dire, essendo lei l’amante di Celan. Molto interessanti anche le sue considerazioni su questa moglie, che era estremamente raffinata, veniva da una nobile famiglia francese, cattolica. La sua famiglia si era opposta al matrimonio con quel forestiero ebreo. Lui la adorava per la sua grazia e la sua sensibilità, ma quando lui sentì che le causava troppa sofferenza, si separarono. Come ho detto, Celan era piuttosto “debole” dal punto di vista erotico. Ilana mi raccontò dei loro dialoghi, fu una persona davvero straordinaria. Molti dei sopravvissuti all’orrore dei lager erano scrittori e non riuscirono a dimenticare, alcuni si suicidarono. Lui resta un caso davvero particolare.

Interessante sotto molti punti di vista. Fu quasi un “personaggio”, nel senso migliore della parola.

Sì, è così. In un certo qual modo, l’ho rivendicato come un avo sconosciuto. Una persona e una personalità unica.

Al convegno di Padova dei giorni scorsi, al quale ho avuto il piacere di partecipare, le dicevo che l’anno scorso presso il Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica dell’Università di Pisa, dove insegno, abbiamo organizzato un seminario interdisciplinare dedicato alla resistenza della cultura europea alle dittature del XX secolo e ad alcuni fenomeni come la censura, nonché alla sovversione e alla dissidenza degli intellettuali. La mia lezione aveva come tema la sua biografia, che ha attraversato la tragedia dell’Olocausto, della dittatura comunista e dell’esilio. Ho commentato verso la fine il suo saggio, “Il rapporto del censore” [Raportul cenzorului], e gli studenti sono rimasti sconvolti nell’apprendere quanto era stata nociva la dittatura in Romania e quali effetti aveva avuto sulla cultura e sugli scrittori, sue vittime principali. Potrebbe riassumere per i lettori di “Insula Europea” le circostanze in cui fu censurato il suo romanzo “La busta nera” [Plicul negru] e le fu ritirato un premio importante ricevuto in Romania, mentre si trovava a Berlino, prima meta del suo esilio? Questi, infatti, sono solo due dei diversi motivi che l’hanno indotta a lasciare la Romania nel 1987, oltre all’accentuato antisemitismo, nel contesto di una crisi già profonda della società romena e ai motivi di natura familiare e personale, legati al suo mestiere di scrittore.

La censura a “La busta nera” fu un lungo calvario. Ero preparato al fatto che la reazione della censura non sarebbe stata tenera, e si era già in un periodo in cui in Romania il terrore si era inasprito. Era la metà degli anni Ottanta. Noi, che conosciamo la Romania, sappiamo che è un paese più elastico di altri, per così dire. La capacità di adattamento dei romeni è più elevata che in altri popoli. Quando, durante un dibattito, abbiamo parlato di identità, ho portato un esempio, ispirandomi a Gertrude Stein, la quale opera una distinzione tra identità e entità. Identità è ciò che ti lega agli altri esseri umani: sei un uomo, porti gli occhiali, parli una data lingua. Sono elementi che ti legano a un gruppo che ha quei presupposti. Ti piace il calcio, il tennis, non importa: fai parte di un gruppo di persone che condivide un’opzione comune. Mentre entità è quando sei da solo in camera con te stesso, non perdi ovviamente tutti questi elementi, ma resti da solo e pensi agli affari tuoi. La realtà romena è più fluida che in altri paesi, perché i romeni sono adattabili, ci sono molti proverbi che descrivono questa situazione. Si tratta di una determinata struttura psichica e intellettuale. Il nostro maestro Ion Luca Caragiale riuscì a coglierla in maniera efficace. Durante un’intervista ho risposto alla domanda “Cosa desidera lei per la Romania in questo momento?”. Ho detto di volere una Romania in cui quanto emerge dalla pièce teatrale “Una lettera smarrita” non sia più valido per l’epoca odierna. Vorrei che diventasse un documento d’epoca, che non ci caratterizzi più così profondamente. Ma c’è anche un certo fascino legato a questo, è la specificità del popolo romeno.
Il regime comunista creò la censura. Esisteva anche prima della guerra, ma aveva altre caratteristiche. Il tipo di censura di cui parliamo, invece, fu introdotta dal partito unico. La prima generazione di censori era composta da imbecilli totali. Venivano selezionati secondo l’origine sociale, dunque, non avevano idea di cosa facevano, seguivano rigidamente le istruzioni del partito. Poi venne il cosiddetto “periodo dell’apertura” e “del disgelo” negli anni Sessanta. Fu un’apertura importante, venne fuori una nuova generazione, furono tradotte opere importanti della letteratura moderna, furono recuperate opere fondamentali di autori romeni proibiti per motivi ideologici o perché appartenevano alla corrente surrealista e così via. Fu un periodo, credo, molto fertile a livello culturale. Il mio libro “Gli anni di apprendistato del Povero Augusto” uscì proprio allora. Ebbi una redattrice eccellente, Magdalena Popescu, dell’editrice Cartea Românească, che mi inviò alcuni messaggi: “mettici tutto quello che vuoi, adesso è il momento!”. Così apparve il libro, considerato scandaloso da molti, perché citavo la stampa proletcultista ecc. Dopodiché la censura si fece sempre più severa. Il “più amato figlio del popolo”(Ceaușescu) divenne sempre più sgradevole, ma era acclamato ovunque, tutti raccontavano barzellette su di lui. Negli anni Ottanta, quando proposi questo romanzo, la censura si era inasprita e io ero diventato sempre più sospetto. Fui attaccato sulla stampa, fui seguito e spiato diverse volte, anche per strada. In uno dei miei libri, non ricordo quale, descrivo la situazione particolare di un mio caro amico. Sai come vanno le cose in una congiuntura sociale, ci sono gli amici più stretti, poi un secondo livello di amici, un terzo e così via. Ebbene, divenne informatore, per fornire informazioni su di me in particolare.

Ma lei non lo sapeva.

Sì invece, mi raccontò ogni cosa. Era un amico molto stretto, sincero. Ricordo ancora adesso una conversazione al telefono. Lui mi propose di andare a fare una passeggiata. Aveva timore di parlare dentro casa. Io gli dissi che pioveva e lo invitai da me a prendere un caffè. Lui insistette, ci incontrammo e mi disse tutto. Fu convocato dalla Securitate e gli fu detto che, possedendo il savoir faire e le strategie di un avvocato, doveva aiutarli, che si trattava del suo amico e così via. E lui accettò. Io gli dissi: “Se hai accettato, sei finito, non ti libererai più di loro. Hai firmato un impegno, ti hanno dato un nome in codice e rimarrai così”.

Avrebbe forse potuto agire diversamente?

Non lo so. La mia fu una reazione piuttosto ingenua. In questi casi non si possono dare lezioni, né criticare. Sono situazioni estreme, in cui nessuno di noi saprebbe come reagire. Aveva anche un padre molto malato, c’era tutta una storia dietro. Dunque, si incontrava con questo ufficiale, una o due volte la settimana, sempre in case diverse. Diceva ad esempio: “Vieni giovedì alle quattro in Calea Moșilor 24, al quarto piano. C’è un appartamento, in casa non c’è nessuno”. Dunque non c’era un luogo specifico alla Securitate. Erano delle novità pittoresche per entrambi. Lui mi fu molto fedele. Quando ho letto il mio dossier, ho potuto constatare che le sue note informative su di me erano molto positive. Scriveva “non si occupa di politica, non frequenta molto la società, più che altro resta a casa a leggere”. E dopo otto mesi lo lasciarono stare, si resero conto che non era la persona adatta. Ho raccontato questa storia perché si parlava di censura. Negli anni ’80 si fece molto più aspra e io divenni un individuo molto più sospetto. La fortuna volle che il direttore di Cartea Românească fosse un mio caro amico, George Bălăiță. Un ottimo amico, che mi disse: “Sto facendo tutto il possibile. Ho già rimandato il libro tre volte, è tornato di nuovo indietro con un rapporto molto negativo”. A un certo punto chiesi a Gigi (lo chiamavo così) di darmi quel rapporto. La cosa interessante è che quel rapporto, che inclusi poi nel libro, non era il rapporto del censore, ma di un intermediario. Gigi mi disse allora che forse c’era una soluzione. Era molto amico della direttrice della censura, che faceva capo al Consiglio della Cultura e dell’Educazione Socialista. Lei aveva lavorato al servizio di censura per molti anni. Andammo dal fioraio, lui le comprò un mazzo di fiori, ricordo ogni cosa. “Le chiederò di leggere il libro e di scrivermi cosa ne pensano”, disse. Quei rapporti non erano firmati, c’era un numero che denotava una data persona, ma nessuno sapeva chi fosse. Erano informazioni inaccessibili persino all’editore, benché facesse parte del Comitato Centrale del Partito. Dunque, Bălăiță andò da lei, la quale scrisse questo cosiddetto rapporto “del censore”. Poi me lo diede e orripilai nel leggere cosa vedevano loro nel mio libro, e non era una visione sbagliata, a dirla tutta. Lui disse: “Proviamoci ancora. Conosco un altro censore al Consiglio della Cultura, gli mando il libro e vediamo, in qualche modo risolveremo”. La mia redattrice, Magdalena Popescu, che era una persona straordinaria, una letterata di altissimo livello, era dalla mia parte. Conosceva tutte quelle diavolerie codificate che capivamo tutti – sia loro, che lei, e anche io stesso –, e mi disse di resistere ancora, perché Gigi era molto abile. Infatti, riuscì a far passare il libro. Io lasciai la Romania, dove non vedevo più alcuna possibilità, almeno per me. Poi ci fu la storia del premio. Era chiaro che ero diventato, e diventavo, una persona sempre più sgradita. E questa è la storia de “La busta nera”. Un giorno Gigi Bălăiță fece un viaggio a Londra, era tutto sommato membro sostitutivo del Comitato Centrale. Scherzavamo insieme, io gli dicevo sempre che era nel Comitato Centrale degli Stupidi e che non riuscivo a capire come ci fosse finito, lui che era così intelligente. Da Londra mi mandò una cartolina (lì la Securitate non poteva nulla), molto codificata e molto affettuosa: “Ti auguro di cavartela ecc.”. Queste sono le vicende umane. Bloccato, esiliato, pubblicato tutto sommato, premiato, un premio tuttavia ritirato e così via. A Berlino parlai con una redattrice di “Sinn und Form”, una rivista letteraria ottima, che veniva dalla Germania dell’Est. Io avevo pubblicato in Germania, fu il primo paese che mi accolse. Costei mi disse: “Signor Manea, io ho letto i suoi libri. Nella DDR non avrebbero mai potuto essere pubblicati, mai e poi mai”.

Lì la censura sarebbe stata ancora più severa.

In modo categorico! Mi chiese come ci fossi riuscito. Le risposi: “Vivevo in Romania, non nella DDR!”.

Fu una fortuna, per così dire!

La Romania è diversa. Lì tutto si basa su relazioni personali, la verità, come si dice in rumeno “non è sul tavolo, ma sotto il tavolo”, ovvero è negoziabile di nascosto, e da lì viene adattata, mitigata, amplificata. La mia fu un’avventura stancante e traumatica, ma in fin dei conti me ne andai con il libro pubblicato, pur censurato, stravolto, ma era apparso in Romania, non nella DDR. Lì non avrei avuto alcuna chance. Anche nella DDR c’erano dissidenti ma furono spediti nella Germania Ovest, dove potevano scrivere e fare quel che volevano. Claudio Magris, che insieme al compianto Antonio Tabucchi, è uno dei suoi più cari amici in Italia, nei giorni scorsi affermava a Padova, ma lo ha anche scritto diverse volte in saggi particolarmente interessanti e approfonditi sulla sua opera, che il suo universo letterario è caratterizzato da un’affascinante connessione tra il potere e il circo. Il clown è una figura emblematica nella sua prosa. Come interpreta, in modo sintetico, questo aspetto per il pubblico italiano, il cui pensiero potrebbe andare a Fellini? Ma il libro si ispira anche a Fellini, a un suo saggio in cui descrive i due tipi di clown, il clown bianco e il Povero Augusto. Il clown bianco è l’arrogante, l’attaccabrighe che sempre sgomita, mentre Augusto è colui che incassa, si picchia da solo, piange, ride. Ero senza dubbio dalla parte di quest’ultimo. Fellini stesso vede in lui la figura dell’artista nella società. Il libro introdusse nella mia letteratura la figura del Povero Augusto, che mi è molto vicina. Non ero né così “augusto” né così “sciocco” o “povero”, ma gli ero affezionato. Nella tradizione ebraica c’è il personaggio del buffone, di cui si dice che sia amato da Dio. Dunque, nei confronti del buffone c’è un atteggiamento pieno di comprensione e simpatia. Noi oggi sappiamo che nella letteratura mondiale il buffone aveva un suo ruolo presso re e dittatori. Mi sembra che la realtà, tanto quella socialista quanto quella multicapitalista, sia una realtà burlesca, una realtà che sminuisce il ruolo dei padroni, siano essi padroni per motivi ideologici che per motivi di denaro. Un ruolo importante, ma che conferisce loro molta meno importanza di quella che loro stessi si attribuiscono, e che la durata del loro dominio attribuisce loro. Bachtin diceva che il coro popolare ride, sempre e ovunque. Dunque questo voler introdurre la risata, questa ambiguità giocosa, ironica, sarcastica, beffarda è un’operazione di sabotaggio dell’autorità più accessibile e più efficace. Se vai in strada e cominci a gridare “Abbasso Ceaușescu, abbasso questo o quest’altro” ti arrestano, ti mettono in carcere e hai finito. Ma se trovi delle battute per esprimerti è diverso, e in generale nei sistemi totalitari la produzione di battute e barzellette è ai massimi livelli e tra le più intelligenti. Dunque ho pensato di esprimermi tramite il clown. Corrispondeva forse a una mia predisposizione di carattere, ma anche al concetto di mettere in discussione l’autorità mediante lo stratagemma della risata.

Lei è un autore tradotto in molte lingue, uno “scrittore tradotto o in traduzione”. Uno status che lei considera in qualche modo scomodo, poiché può generare un sentimento di alienazione e ambiguità, come afferma lei stesso. In esilio scrive dunque nella sua lingua madre, ma la percezione della sua identità di scrittore, che prima di arrivare negli Stati Uniti considerava profondamente legata e radicata nella lingua romena, è mutata. Così, la convinzione che per uno scrittore la lingua della sua letteratura sia l’unica forma di legittimazione e di appartenenza ha cominciato pian piano ad erodersi, resa vulnerabile da una serie di dilemmi esistenziali e artistici che hanno fatto emergere nella sua sensibilità una sorta di impasse, di limite interiore. Nel suo capolavoro Il ritorno dell’huligano, come in numerose interviste apparse nella stampa, lei si considera “un esiliato perpetuo”. Un lettore attento della sua opera comprenderà che, in realtà, le cause sono molteplici. Per lei esiste una gerarchia di tali cause che motiva tale sensazione di sradicamento e di alienazione inguaribile?

Sì, tutte vi contribuiscono, ma c’è una gerarchia. L’esilio è uno spossessamento e una dislocazione. Se questi due elementi riguardano, nel caso dello scrittore, la lingua, allora sono dirette verso il suo stesso centro vitale. Anche un dentista, un ingegnere o persino un avvocato possono soffrire a seguito di un esilio. Ma nessuno viene colpito nel suo essere in maniera così profonda come lo scrittore, al quale è stata tolta la lingua. Togliergli la lingua vuol dire togliergli tutto. Una gerarchia di cause è ben presente. Forse sarò soggettivo - e me ne prendo la responsabilità - ma mi sembra che nel caso dello scrittore tutto sia più drammatico. Se fossi rimasto in esilio in Germania o in Francia, forse sarebbe stato un pochino più facile. Si trattava di lingue che conoscevo, per quanto potevo conoscerle stando lontano, in Romania! Ma l’inglese non lo conoscevo per niente. Dunque divenni d’un tratto sordomuto, e d’un tratto bambino. Per uno scrittore è una situazione infernale. Arrivai in America, paese di tutte le follie e possibilità, senza parlare l’inglese, all’età di 52 anni. Non è questa l’età in cui si compiono cambiamenti radicali del genere, ma io fui costretto a farlo. Ieri, durante un incontro, ho raccontato che alla mia prima visita in Romania, dopo undici anni di esilio, accompagnai il presidente del mio College. Era un famoso direttore d’orchestra e doveva dirigere due concerti a Bucarest. Mi disse che non potevo più sottrarmi e che sarei dovuto andare con lui. Passeggiando per le strade di Bucarest, mi disse: “Norman, per come ti conosco, dovresti essere grato a Ceaușescu. Non scherzare più su di lui, non fare più ironie. Senza di lui, tu saresti rimasto qui forever. So che è difficile per te, ma è meglio che tu te ne sia andato”. Esprimeva una realtà autentica. Esiste dunque una gerarchia dell’esilio. Io possiedo più esili contemporaneamente e questo mi fa “salire di grado”. Ma d’altronde viviamo un’epoca in cui l’esilio si è generalizzato, credo. Oggi non è più qualcosa di così straordinario, perché un po’ tutti sono in un esilio parziale. Per me è stato un’esperienza molto difficile. Allo stesso tempo mi ha dato, però, un valore aggiunto di saggezza e capacità di relativizzare, cosa che prima non avevo. Scoprii che non ero la persona che aveva sofferto di più al mondo, altri avevano patito molto più di me, in Ghana e in altri paesi dell’Africa nera, ad esempio, o nei paesi del Caucaso. Arrivi a collocarti in un contesto molto più ampio e diversificato, con altre categorie di paragone e, se hai ancora l’energia di imparare qualcosa, questo percorso ti insegna molte cose. È una scuola, non solo del disastro e dell’orrore, ma anche una scuola della rinascita, almeno in parte, del ridimensionamento, della rivalutazione e di una ricostruzione interiore.

Nel corso degli anni, lei ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti importanti: il MacArthur Fellowship Award nel 1992, il Premio Nonino nel 2002 in Italia; dal 2006 è membro della Berliner Akademie der Künste, mentre nel 2010 il Governo francese le ha attribuito il titolo di Commandeur dans l’Ordre des Arts et des Lettres. L’anno scorso è stato insignito del Premio FIL [Premio della Fiera Internazionale del libro di Guadalajara (FIL)] in lingue romanze (2016), e la motivazione di uno dei membri della giuria, Alberto Manguel, che si può leggere anche sulla quarta di copertina di Corriere dell’Est, recita: “Norman Manea è uno scrittore essenziale nella nostra epoca tormentata, minacciata da nuovi totalitarismi e da antichi nazionalismi. In questi momenti di amnesia, quando l’insulto soppianta il dialogo, quando pregiudizi etnici risorgono e personaggi come Mussolini e Stalin sono nuovamente innalzati a salvatori della patria, la voce lucida e ironica di Manea, che ricorda la nostra tragica stupidità, può essere estremamente utile”. Lei crede in questo ruolo della letteratura come testimonianza, al pari, ad esempio, di Primo Levi? La testimonianza come modo per correggere gli errori della storia affinché non si ripetano in futuro.

Mi sento di dire: si fa quel che si può. Coloro che hanno una storia di vita della quale non possono sbarazzarsi e che li obbliga a confessarsi, poiché vedono in quella storia molto più del puro contenuto epico della storia, ebbene, lo facciano. Gli autori latinoamericani, che hanno un’immaginazione esagerata, in cui la nonna ha 200 anni e i capelli verdi, facciano quel che sanno fare. La letteratura si può fare con qualsiasi cosa, se si ha talento, intensità, devozione. Purtroppo non c’è una scala di valori assoluta. Un libro autobiografico non è più importante di un racconto per l’infanzia, che esiste da cinquecento anni e continua ad affascinare lettori piccoli e grandi. Questo è il ruolo dell’arte e della letteratura: introdurre un altro tipo di competizione, quella della creatività, che può essere esercitata in ogni aspetto dell’esistenza. Per quanto riguarda me, la vita mi ha mandato dei temi su cui scrivere, la loro vastità, i loro dilemmi, e io ho obbedito. Ho anche ritenuto, forse soggettivamente, che scrivere delle proprie esperienze personali ti rende la persona più autorizzata a scrivere. Ovvero riportare il racconto della tua vita, che non è mai uguale alla vita stessa, dato che il racconto viene ritoccato, diversificato, cambiato, come sappiamo. Noi due, adesso, stiamo avendo una conversazione molto affettuosa, dico io. Se ognuno di noi torna a casa e descrive questo incontro del quale siamo stati gli eroi e i testimoni, constateremmo che la descrizione non è la stessa. Dunque, tra la realtà originaria e la realtà trasfigurata, per trovare un termine altisonante, c’è una certa distanza. La letteratura fa parte del secondo tipo di realtà. Certo, c’è la letteratura-documento, i diari, le testimonianze, ma anche quella attraversa un processo, per il semplice fatto di essere scritta. Quando scegli gli aggettivi, la lunghezza della frase, gli incipit dei capitoli, configuri d’un tratto una scenografia letteraria, che trasforma inevitabilmente la storia in sé. Io la penso così. Leggo quegli autori sudamericani con piacere, anche se non hanno alcun legame con la realtà, è una letteratura fantastica, fantasmagorica, onirica, è creazione pura, senza tangenze con la quotidianità. Spero di essere in grado di distinguere, di apprezzare l’uno e l’altro tipo di letteratura. In fin dei conti, sono solo un umile scrivano.

E, allo stesso tempo, un grande maestro, aggiungo io.

(Traduzione dal romeno di Anita Natascia Bernacchia)

Corriere dell’Est | Il Saggiatore

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