Paola Cadeddu intervista Régis de Sá Moreira

Régis de Sá Moreira è nato nel 1973 nella periferia parigina da padre brasiliano e madre francese. Dopo aver vissuto per qualche anno a New York e in Brasile è recentemente tornato in Francia, e si è ristabilito a Parigi. Scrittore francese di nuova generazione, a partire dagli anni 2000 ha raccolto un successo sempre crescente di critica e pubblico con una serie di romanzi che hanno portato alla ribalta l’assurdo e il surreale in letteratura. Vincitore con il suo romanzo d’esordio del premio Le Livre Élu, ha visto i suoi libri tradotti e pubblicati oltre che in Italia – nel 2011 è uscito Il libraio e a giugno sarà in libreria la sua ultima fatica Marito è moglie – in Germania, Russia, Cina, Corea. Dai suoi libri sono stati fatti adattamenti per il cinema e per il teatro.

 

Si parla spesso delle sue origini franco-brasiliane, il suo cognome le tradisce, ma ci sono, all’interno della sua scrittura, degli elementi, delle immagini, dei ritmi che appartengono a questa eredità paterna?
In realtà sono stato in Brasile per la prima volta quando avevo già 23 anni, ed è nel corso di questo viaggio che ho iniziato a scrivere il mio primo libro, Pas de temps à perdre. Prima, il Brasile era presente nella mia vita ma in maniera più sognante o fantastica, era “il Paese di papà”, attraverso storie, fotografie, musica. Che ci siano degli elementi nella mia scrittura è certamente possibile, ma in modo inconsapevole. Riflettendoci, è forse da lì che deriva una sorta di facilità a immaginare altre realtà, che non si vedono ma che esistono insieme alla nostra. Forse anche crescere in Francia sapendo che si è francesi solo a metà, ma senza conoscere l’altra metà, sviluppa una certa propensione per il dubbio e l’immaginazione. Ma dato che ho appena vissuto per due anni in Brasile, alcuni elementi, alcune immagini o ritmi più concreti verranno sicuramente ad abitare i miei prossimi libri.

Il libraio è il suo terzo romanzo, il primo a essere stato pubblicato in Italia, ma ha subito suscitato l’entusiasmo dei lettori. Lei ha scelto di scrivere un romanzo su un libraio, un libraio senza identità, senza nome… In che modo ha plasmato questo personaggio senza volto?
Non me ne sono reso conto subito, ma credo che ciò che mi attirava di questo personaggio fosse proprio il fatto che trascorresse la sua esistenza tra realtà e finzione. Essere libraio è vivere continuamente a cavallo tra le due. Bisogna da una parte passare le proprie giornate tra i libri, le storie, i personaggi, e dall’altra occuparsi dei clienti e mandare avanti il negozio. È un mestiere che mi ha sempre affascinato tanto mi sembra difficile conciliare questi due mondi, e ciò è sicuramente evidente nel libro…

In questo suo romanzo, ci sono un carosello di personaggi che entrano in libreria accompagnati da un pudupudupudù, alcuni di questi sono piuttosto concreti, altri più astratti. In che modo li ha scelti? Come è riuscito a creare questo perfetto equilibrio tra verosimiglianza e bizzarria?
È stato lì tutto il lavoro. Proporre un’altra realtà, o in ogni caso un altro punto di vista sulla realtà, evitando di scadere nel banale. Quando scrivo, l’unica cosa che mi interessa è che “ci si creda”, poco importa cosa succede. Ed è allo stesso tempo la cosa più semplice e anche la più difficile, perché richiede prima di tutto che sia io a crederci, che sia in certo qual modo sincero nell’invenzione. Ho lavorato con uno dei miei fratelli, che mi conosce bene, che non mi concede nulla, e che ha impedito che mi perdessi nel mio stesso libro. Per i personaggi, ciò che mi piaceva era proprio mettere sullo stesso piano il concreto e l’astratto, il verosimile e il sovrannaturale, il visibile e l’invisibile, che un interrogativo esistenziale potesse entrare in libreria alla stregua di una vecchia signora, o la morte così come fa una fioraia. Cerco di vedere la vita in questo modo nella sua quotidianità, mi alleno, è qualcosa che è presente in Ionesco, Brautigan, i Monty Python, e che mi aiuta a vivere. Ci sono delle persone che definiscono questo “l’assurdo”, ma non mi trovo d’accordo; per me si tratta solo di un’apertura dello spirito che restituisce alla vita il suo mistero.

Tra i tanti visitatori mancano però le donne amate dal libraio (nonostante il loro ricordo torni a più riprese), i suoi fratelli e sorelle (nonostante le lettere che quotidianamente gli inviano), i suoi amici (nonostante uno di loro entri, a un certo punto, nella libreria del libraio senza riconoscere l’amico di un tempo). I libri possono allontanare la solitudine?
Sì, per me è la forza primaria dei libri, o almeno dei libri veri. Ci si sente subito in compagnia di qualcuno. Anche se non conosciamo questa persona, anche se non parla la nostra lingua, anche se è morta. Qualcuno che ci parla e ci offre qualcosa. Noi possiamo accettarla o rifiutarla, amarla o meno, ma qualcuno c’è. È qualcosa di estremamente confortante! Al di là dei libri, credo che quello che ho amato maggiormente durante la stesura de Il libraio fosse giustamente scoprire che esiste qualcos’altro oltre la nostra cerchia privata (coppia, famiglia, amici), che si può dare un senso profondo alle relazioni apparentemente banali, quotidiane, effimere, senza conoscere le persone o anche i loro nomi, semplicemente stando attenti a tutte le emozioni che suscitano.

Abbiamo evocato il momento della stesura di questo romanzo, ma quali sono i suoi migliori ricordi legati alla scrittura di questo libro?
Penso si tratti di quando scrivevo il passaggio in cui il libraio ripete “Anna Karenina” a un cliente alla ricerca di Anna Karenina. Avevo l’impressione che il mio computer si fosse trasformato in un piano e che io stessi suonando una musica. Scrivo sempre in modo uditivo, e per questo libro in particolare, con il rumore della porta e la parola libraio che torna incessantemente come una canzone. Ma non è sempre così semplice o evidente. Lo stesso tipo di fenomeno si manifesta anche nel passaggio delle coppiette che si esprimono con le parole “coppiettolì coppiettolà”. Avevo iniziato col metter loro in bocca delle vere frasi, frasi tipiche delle coppiette, ma non era divertente, era pesante. Ho cancellato le frasi, ho messo “coppiettolì coppiettolà” e tutto ha iniziato a suonare in modo molto più armonioso. Un altro bel ricordo è legato all’arrivo dell’ultimo cliente della giornata. Non che avessi voglia che il libro finisse, ma perché è arrivato da sé, senza che dovessi cercare chi potesse essere l’ultimo cliente della giornata o come concludere il libro. Scrivevo, e lui è arrivato da solo. Salve, eccomi qua. Non ho dovuto fare nient’altro che lasciarlo entrare.

Lei è ancora molto giovane, ha sicuramente davanti a sé ancora tanti libri da scrivere. C’è una storia che non ha ancora potuto/saputo raccontare, ma sulla quale spera un giorno di poter costruire un nuovo romanzo?
Sì, tante! Tra due libri, mi capita a volte di scrivere anche un incipit al giorno (e di abbandonarlo la sera). È un po’ come andare a pesca ogni giorno gettando l’amo con la speranza che qualcosa abbocchi. Molto spesso, invece, non abbocca niente e restano delle voglie, delle idee o anche delle frasi che conserviamo dicendoci che un giorno forse saremo capaci di farle vivere. Detto questo, ho come regola quella di non parlare dei progetti che non ho ancora portato a termine; so per esperienza che quando ne parlo ci sono buone possibilità che alla fine non li metta per iscritto…

I suoi libri sono – almeno per ora – tutti molto brevi. Da dove viene questa esigenza di rifinire il testo sino a che non resti nient’altro che l’essenziale?
Una volta che mi trovo all’interno della narrazione sono più bravo, o meglio, traggo un piacere maggiore dal lavoro poetico piuttosto che dallo sviluppo romanzesco. Preferisco scavare piuttosto che ampliare. Quindi, mi ci vuole tanto tempo per scrivere poco… Mi piace dire più cose possibili scrivendo il meno possibile, ma per fare questo bisogna lavorare in compagnia del lettore, lasciare a lui una parte della creazione, dargli fiducia. E credo che questo genere di lettura non possa durare all’infinito. È un po’ come fare l’amore, anche se è delizioso, a un certo punto bisogna fermarsi. Credo anche, o almeno spero, che questo tipo di libri, quando sono ben riusciti e l’incontro avviene, continuino anche dopo la lettura (ancora una volta è come quando si fa l’amore). E poi possiamo sempre rileggerli…

Se potesse scegliere una parola per il suo potere evocativo e la sua bellezza, quale parola sceglierebbe e per quale ragione?
Babaganouche. Ho un debole per le “a” e per le “u”. Ho l’impressione che addolciscano le cose, le persone, le idee (almeno in francese). Come anche Ougadougou. Alle volte basta dire una parola perché accada qualcosa dentro di noi. Ci si prende meno sul serio, ci si rilassa, la vita sembra meno greve, più divertente. La cosa migliore è inventarne fino a poter dire delle frasi intere: “Ma kaladou pagounama badou kalatou”, o qualcosa del genere…

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