Leontyna Bratankova intervista Markéta Pilátová

Markéta Pilátová (1973) è un’ispanista, scrittrice, giornalista e traduttrice ceca. La sua quinquennale esperienza a contatto diretto con gli emigrati cechi in America latina, le ha permesso di sviluppare una prosa che dell’emigrazione e delle sue implicazioni identitarie ha fatto il tema fondante. Il suo romanzo d’esordio Zluté oci vedou domu (2007) uscito per i tipi della prestigiosa casa editrice praghese Torst, le è valso la nominazione al premio Magnesia Litera e, grazie alle traduzioni in portoghese, tedesco, polacco, nederlandese e spagnolo (in uscita quest’anno), ha avuto molta eco anche all’estero. Anche il suo secondo romanzo Má nejmilejsí kniha (2009) attinge al ricchissimo serbatoio dell’importante esperienza latinoamericana. L’autrice sta attualmente lavorando ad un nuovo romanzo, Tsunami blues, i cui diritti sono stati già acquistati da due case editrici, l’una tedesca e l’altra olandese.

 

Quanto forte hai percepito la spinta della ricerca della propria identità tra gli emigrati da scriverci un romanzo?
Gli emigrati cechi in Brasile e, in particolare, i loro discendenti soffrivano della ben nota nostalgia esistenziale, non si sentivano né cechi, né brasiliani; ogni giorno si scontravano con questa realtà e dovevano rassegnarsi a una tale sensazione di schizofrenia, propria di tutti gli emigrati. Il mio romanzo è nato proprio a partire da questi loro sentimenti, ma le vicende narrate sono una mia invenzione. Vicende che, tuttavia, non avrebbero mai potuto vedere la luce senza quel costante desiderio che le persone hanno di scoprire chi realmente sono.

I personaggi del tuo romanzo sono in continuo movimento, partono per poi tornare, partono per capire in quale luogo si trovi la loro casa. A tal proposito, volevo chiederti quanto, secondo te, i luoghi contribuiscano alla formazione del nostro io?
Sono assolutamente fondamentali. Secondo me, prima l’individuo trova il posto in cui è felice, il posto in cui non si domanda più “cosa ci faccio qui?” ma, al contrario, prima viene a sapere esattemente cosa sta facendo nel luogo in cui vive, meglio è. Quindi, trovare la propria casa e con questa la propria identità è uno dei rebus fondamentali che abbiamo da risolvere nelle nostre vite. Tuttavia, qualcuno deve prima andarsene lontano per poter vedere da una grande distanza se stesso e il luogo che sta cercando. Qualcun altro, invece, ci vede chiaro da subito. Credo che i luoghi, il loro microclima, la loro storia, i loro racconti e il paesaggio che li circonda parlino ogni giorno alla nostra anima e, nel momento in cui comprendiamo il loro linguaggio, scopriamo anche noi stessi.

Il titolo del tuo romanzo d’esordio Zluté oci vedou domu tradotto testualmente vuol dire Gli occhi gialli conducono a casa. È stato il tuo editore tedesco ad averlo cambiato con il titolo In qualcosa dovremmo pur somigliarci, citando uno scambio cruciale di battute tra due delle quattro protagoniste. Cosa ne pensi?
Credo che sia stata un’idea magnifica. Mi piace il fatto che la percezione del contenuto del romanzo si possa spostare altrove, là dove magari l’originale ceco non avrebbe osato spingersi. Qui sta la magia del tradurre, in un dato momento nasce un romanzo altro, diverso, con un’altra personalità, in un’altra lingua, che è pur sempre il mio romanzo. Mi pare come una bellissima rinascita. Con ogni nuova traduzione ho la sensazione che il mio romanzo acquisisca nuove sembianze e nuova vita.

La critica ti ha paragonata a Gabriel García Márquez da un lato e a Milan Kundera dall’altro. Cosa ne pensi di questi due autori?
Sono dei giganti, due titani della letteratura mondiale. Gabriel García Márquez mi affascina prima di tutto come grande reporter, agli inizi del suo percorso letterario. Era un giovane furioso cercatore di storie e la sua letteratura ha delle basi giornalistiche molto solide, e questo mi appassiona molto. Milan Kundera mi coinvolge per il suo stile letterario, molto meno per i suoi temi. Mi pare che disprezzi le donne ad esempio, tuttavia il suo romanzo L’Ignoranza è una di quelle opere che mi hanno influenzata molto.

Anche il tuo secondo romanzo Má nejmilejsí kniha (Il mio libro più caro) è permeato di America latina. Cosa hanno significato per te il Brasile e l’Argentina, i luoghi ispiratori del tuo esordio letterario?
Il Brasile mi ha dato l’energia vitale necessaria, una spinta formidabile, elettrizzante, senza la quale non avrei mai scritto il mio primo romanzo. È una terra nella quale pressoché chiunque combatte duramente per il proprio posto al sole e, nello stesso tempo, non riesce a non amare la vita. L’Argentina, al contrario, è una terra creata dalla nostalgia, dai ricordi per il suo straordinario passato, una terra profondamente poetica, colta e melanconica. Grazie all’Argentina mi sono aperta ai sentimenti più profondamente esistenziali, che prima non percepivo fortemente, e ciò mi ha condotto ad altri temi letterari.

Parliamo del romanzo che stai scrivendo, abbandoni gli scenari dell’America latina ma hai in mente comunque ambientazioni esotiche, lo si capisce già dal titolo che hai in mente, Tsunami blues, non è così?
Dovrebbe essere un romanzo ceco-cubano. Quindi non abbandono ancora del tutto l’America latina. Vorrei dar vita al racconto di una giovane trombettista ceca che ha perso la propria famiglia nello tsunami del 2004 e, nello stesso tempo, narrare la storia del suo insegnante cubano con un trascorso poco sereno, che vive in una piccola città ceca dove insegna al conservatorio. Dovrebbe essere prima di tutto un racconto sulla forza di vivere, la quale può essere completamente persa in un momento, e tutto sta nel come si riesce ad averla nuovemente indietro.

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