Leontyna Bratankova intervista Katerina Tučková

Katerina Tučková (1980) è dottoranda presso l’Università Carlo di Praga in storia dell’arte contemporanea e lavora come curatrice di mostre nella Repubblica ceca e all’estero, con particolare riguardo ai pittori emergenti. Autrice di numerosi articoli scientifici nel settore dell’arte, dal 2003 si dedica anche alla scrittura con la pubblicazione di diversi racconti. Nel mondo della letteratura, l’autrice ha attirato l’attenzione con il romanzo “L’espulsione di Gerta Schnirch” (Vyhnání Gerty Schnirch, 2009), uscito in Italia nel gennaio 2012 per i tipi della casa editrice Nikita e nella traduzione di Laura Angeloni. Vi affronta un tema storicamente complesso, l’espulsione dei cittadini tedeschi dalla Cecoslovacchia nell’immediato dopoguerra. Il successo del romanzo sta senz’altro nell’aver affrontato un tema rimasto troppo a lungo non trattato, quello dell’odsun, la cacciata spietata e violenta dei tedeschi vinti. Il romanzo ha avuto grande eco nella Repubblica ceca, aggiudicandosi il premio Magnesia Litera nel 2010, nella categoria premio dei lettori. La scrittrice Tučková ritorna sulla scena proprio quest’anno (2012), pubblicando il suo terzo romanzo Žítkovské bohyne (Le dee di Žítková ). Coltivando la sua passione per le vicende storiche e gli avvenimenti di nicchia, sconosciuti ai più, l’autrice colpisce nuovamente nel vivo l’interesse del pubblico. Attualmente, vive tra Praga e Brno.

 

Entrambi i tuoi romanzi prendono avvio da vicende storiche, la stesura avviene dopo un lungo periodo di ricerche negli archivi e lo spoglio dei documenti, per arrivare alla creazione di intrecci che mescolano la realtà alla finzione. Perché prendi spunto da fatti storici? Li trovi più interessanti o nel presente ci sono pochi stimoli da cui partire?
Credo che si tratti più che altro di una mia predisposizione personale. Il presente offre sicuramente spunti a sufficienza. Tuttavia, la storia mi diverte, me la sento vicina anche per via della mia professione (sono storica dell’arte) e, principalmente, mi diverte scovare nei fatti storici soggetti nuovi, non ancora trattati. In particolar modo, tutte quelle vicende che si dispiegano nel ventesimo secolo fino a sfociare nel presente. Temi del genere sono riuscita a trovarli nel caso di entrambi i miei romanzi. L’espulsione di Gerta Schnirch (2009) infatti, narra il destino di una tedeca cecoslovacca cacciata durante la violenta espulsione nei giorni successivi alla liberazione nell’anno 1945, mentre il secondo romanzo Le dee di Žítková (2012) rielabora la vera storia di una stirpe di donne veggenti, la quale è sopravvissuta alla caccia alle streghe del diciassettesimo secolo, al periodo di pressione da parte della Chiesa e anche a quello delle politiche del Protettorato, fino ad essere stata completamente sconfitta solo dal regime comunista.

La storia di Gerta e della sua violentissima espulsione ha riaperto una ferita nella storia del ventesimo secolo che era rimasta non rimarginata e sepolta nella coscienza civile. Come mai hai deciso di affrontare un argomento così complesso sia dal punto di vista storico che storiografico?
Per un motivo molto semplice, a ventun’anni mi sono trasferita a Brno, proprio nei luoghi da cui i tedeschi sono stati cacciati. Quel luogo è ora devastato, proprio come lo sono i Sudeti. Le persone che si sono impossessate delle proprietà tedesche non hanno mai instaurato con queste un rapporto stretto, e così quei luoghi ne sono oggi una triste conseguenza. Quando mi sono trasferita, ho inziato ad indagare i motivi di tale degrado e sono riuscita a ricostruire la storia di una ragazza che, alla mia stessa età di allora, è stata costretta ad abbandonare in piena notte la propria casa, ad andare via senza avere una meta, costretta da una folla di operai violenti, e tutto questo con un figlio di sei mesi. Ho subito provato affezione per quella ragazza che portava la colpa di un qualcosa che non aveva commesso (difficilmente, infatti, da donna in divenire quale era, poteva aver avuto una qualche implicazione nel conflitto bellico). Il processo dell’espulsione ha poi influenzato tragicamente non soltanto la sua vita, ma anche quella di sua figlia prima e sua nipote poi. In breve, volevo rielaborare un altro punto di vista sulla guerra, inserire un altro tassello in quel noto mosaico e richiamare l’attenzione su quanto alcuni eventi, pur essendo accaduti durante la guerra, si protraggano fino al presente.

Come racconteresti in breve il tuo romanzo ai lettori italiani che si accingono a leggerlo e la cui vicenda gli è vicina e distante allo stesso tempo?
Il principio alla base del romanzo è ampiamente comprensibile, richiama l’attenzione sull’ingiustizia della colpa collettiva. Sul fatto che, durante la guerra, ma anche al suo termine, gli uomini soffrissero per qualcosa che non avevano commesso personalmente. La vicenda è stata costruita sui racconti dei testimoni e sulla base di lunghe ricerche documentarie ed archivistiche. Il lettore italiano potrà trovare il tema interessante e non dovrà temerlo nemmeno sul piano letterario, nel mio libro ho infatti inserito numerosi eventi che faranno penetrare facilmente il lettore nel contesto, anche laddove questi non fosse a conoscenza di come sia andata la convivenza tra cechi e tedeschi nella Cecoslovacchia del ventesimo secolo. Non l’ho fatto per le traduzioni e nemmeno per i lettori stranieri, bensì per la memoria storica del nostro paese. La mia generazione, infatti, non è molto interessata ormai al contesto della guerra e ne conosce soltanto i fatti nella loro essenzialità, in bianco e nero. Volevo quindi condurre anche i miei coetanei in un’epoca che fosse rappresentata in tutta la sua plasticità, entro i confini di un racconto verosimigliante.

Parliamo del tuo ultimo romanzo Le dee di Žítková, uscito quest’anno (2012), il tema è molto accattivante, chi erano realmente queste dee e perchè hai deciso di scriverci un romanzo?
È davvero un tema molto bello, magico. Fino ad oggi sono grata al mio amico etnografo per avermelo fatto conoscere. Si tratta del racconto di diverse generazioni di donne che hanno tramandato di madre in figlia particolari saperi – la conoscenza delle erbe medicinali, dell’anatomia, della psiche e dell’arte della divinazione. Queste donne vivevano sulle montagne ai confini tra la Repubblica ceca e la Slovacchia (i Carpazi bianchi), le chiamavano dee, perché avevano l’aiuto degli stessi déi e per secoli sono state di grande aiuto alla gente del posto. Le tracce della loro esistenza risalgono al 1635, anno in cui nel Libro dei processi della cittadina di Bojkovic è stata registrata l’esecuzione di due donne di Žítková per stregoneria. Ciononostante, i loro saperi hanno resistito non solo ai processi alle streghe, ma anche alla pressione ecclesiastica del diciannovesimo secolo, alla furia del sacerdote locale, e all’interesse del commando nazista delle SS (Hexensonderkommando), esistito veramente, il quale si occupava di questioni esoteriche per Heinrich Himmler; un ampio archivio di questo commando esite tutt’ora a Poznan, in Polonia. Non sono sopravvissuti però alle persecuzioni della polizia segreta del regime comunista. L’ultima delle veggenti di Žítková è stata internata in un ospedale psichiatrico, dove è morta in seguito ad una serie di shock elettrici effettuati senza autorizzazione.

Immagino che non sia stato facile raccogliere il materiale necessario per la stesura del romanzo, trattasi quasi del lavoro di un etnografo. Come hai proceduto e quali sono state le maggiori difficoltà?
È stato un lavoro molto bello, ha richiesto viaggi nella regione dei Carpazi bianchi, un’area davvero meravigliosa in cui si conserva ancora oggi un folclore autentico ed affascinante. La gente vive di musica popolare e la domenica indossa i costumi tradizionali. Lavorare con loro è stato un piacere. Più difficile è stato reperire le sentenze dei processi relativi alle singole dee, quelli più vecchi sono stati distrutti, alcuni dei più recenti occultati perché protetti da un vincolo di riservatezza (i responsabili sono ancora in vita). Tuttavia, sono riuscita ad accedere a qualcuno di questi ed è stato affascinante scoprire che le dee si fossero dedicate non soltanto alla magia bianca, ma anche quella nera. Ad esempio, praticavano qualcosa che potrebbe essere definito come il woo-doo ceco: un rituale per maledire un uomo di cui la moglie voleva sbarazzarsi. Effettuato al cimitero, degli aghi venivano infilati dentro ad una figurina di argilla (slepenec) con le unghie e i capelli dell’uomo che poi veniva bruciata.

In una tua intervista ho letto che il lavoro dietro alla stesura del romanzo ti abbia in qualche modo cambiata, nel senso che sei diventata più aperta al mondo irrazionale, come ti spieghi questo fatto?
Sì, è vero. Prima ero pragmatica. Ora, dopo essere stata in contatto per tre anni durante la stesura del romanzo con delle vicende di fronte alle quali la mente resta immobile, sono diventata decisamente più aperta verso le questioni sospese tra il cielo e la terra. Mi sono accadute anche delle vicende strane, ad esempio sono stata malata a lungo, con febbre alta per quasi quattordici giorni, il mio medico aveva sbagliato la diagnosi. In quel periodo avevo già scritto il racconto di una dea che praticava la magia nera, e nel libro ho utilizzato il suo nome vero. Tuttavia, avevo continuamente dei ripensamenti su questo, da una parte mi preoccupavo per la reputazione della sua famiglia ancora in vita, dall’altra mi dispiaceva di non rimanere fedele alla storia. Continuavo a pensarci e a ripesarci durante la malattia, le dee mi perseguitavano durante le notti piene di incubi. Poi ho deciso di utilizzare un altro nome per questa persona e, all’improvviso, tutto è volto al meglio. Il giorno seguente la dottoressa ha fatto la giusta diagnosi, mi ha prescritto medicine diverse ed io mi sono sentita molto meglio. Forse è stata una coincidenza. Forse è stata suggestione. Il punto è che con la suggestione le dee lavoravano con grande successo… come se non bastasse, durante la stesura è successo anche molto altro.

Infine volevo chiederti, dato che ti occupi anche di arte, cosa ti affascina della scrittura e in cosa trovi questi due mondi simili.
Lavoro come curatrice di mostre di pittura contemporanea, adoro l’arte e la seguo attentamente. Tutti gli anni visito la Biennale di Venezia. Sono riuscita a capire quale lavoro logorante hanno gli artisti sulle loro spalle, il loro cammino mi sembra incomparabilmente più difficile. Infatti, oggigiorno in pochi riescono a capire l’arte contemporanea e questa ha anche un pubblico decisamente più ristretto. Nel caso della generazione che oggi si affaccia al mondo dell’arte, si tratta di mera sopravvivenza. Il mondo letterario direi che comporta una possibilità più ampia. Questo non dipende solo dal fatto che lo scrivere sia fisicamente e materialmente meno impegnativo, ma dispone di un pubblico più vasto. Forse anche per questo motivo, il mondo della letteratura, rispetto a quello dell’arte, è dominato da rapporti decisamente più amicali. Sulla scena artistica sono stata spesso testimone di una spietata concorrenza per i finanziamenti, per gli allestimenti negli spazi pubblici, oppure solo per questioni puramente ideali. Per fare un esempio, una volta ho assistito ad uno scontro fisico tra due artisti, l’uno dedito all’arte astratta e l’altro a quella figurativa, se le davano di santa ragione perché non riuscivano a rispettare le concezioni formali l’uno dell’altro. Una cosa simile difficilmente accadrebbe oggi nel mondo della letteratura.

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