Leontyna Bratankova intervista Alessandro Catalano

Alessandro Catalano (Roma 1970) è ricercatore universitario presso il Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari dell’Università degli Studi di Padova, dove insegna lingua e letteratura ceca e slovacca. Si occupa di letteratura ceca e di storia dell’Europa centro-orientale. Dal ceco ha tradotto varie opere di scrittori cechi, ad esempio Bohumil Hrabal, Michal Viewegh e Patrik Ouredník. Promotore della letteratura ceca in Italia, ha creato una lista dedicata alle novità editoriali ceche. Insieme a Simone Guagnelli ha inoltre ideato, fondato e realizzato il sito e la rivista di culture dei paesi slavi eSamizdat.

 

Docente, studioso, traduttore e immagino appassionato di letteratura ceca. Come è nata la sua passione per la slavistica? Cosa l’ha fatta avvicinare a questa disciplina?
Dopo così tanti anni è difficile stabilire quale sia stato il momento decisivo del percorso che mi ha portato a legare in modo così profondo la mia vita alla cultura ceca e a Praga in particolare. Temo che, come spesso avviene, sia stato in fondo soprattutto il caso, che per quanto mi riguarda ha assunto, in un momento in cui andavo ogni anno a Mosca e avevo iniziato a studiare russo, l’aspetto dell’incontro con una città, una cultura e un paese che stavano cambiando a una velocità straordinaria. E questo in un momento in cui Roma, la città in cui sono cresciuto e ho studiato, mi sembrava da ogni punto di vista sostanzialmente immobile. Vivere in un altro paese, a contatto con un’altra cultura, che magari possiamo sentire anche più vicina e stimolante, resta una delle esperienze più avvincenti che possano capitare a una persona curiosa. All'inizio degli anni Novanta a Praga ho percepito una sete di cultura che temo sarà difficile provare di nuovo in altre situazioni storiche. Non direi invece di aver mai condiviso una vera passione per la slavistica in quanto tale, personalmente mi sono sempre sentito più vicino all’analisi storica che a quella filologica, che nel caso della cultura ceca pretende inoltre troppo spesso di far sopravvivere un legame “panslavo” per molti versi anacronistico. È dal punto di vista storico invece che l’Europa centrale, dove nel bene e nel male si sono incontrate e scontrate per lunghi secoli le culture dominanti della civiltà europea, sembra ai miei occhi una miniera di esperienze originali che meritano di essere studiate. Al di là dei vari cliché (Praga magica, l’umorismo praghese e simili) ritengo, infatti, che la cultura e letteratura ceca siano caratterizzate da peculiarità che le rendono uniche nel contesto europeo, tanto nel passato (penso ad esempio al celebre caso dei “falsi manoscritti” a cui così tanto deve l’identità nazionale ceca ottocentesca) quanto nel XX secolo (basti ricordare i robot di Karel Capek o la grande stagione dell’avanguardia, per non parlare poi del grande romanzo ceco degli anni Sessanta, con autori come Milan Kundera e Bohumil Hrabal). In ogni caso, come verifico anche a proposito di molti miei studenti, l’incontro con questa cultura, in Italia piuttosto mal conosciuta, può cambiare profondamente il modo di osservare le cose che ci circondano. Sicuramente è quanto, perlomeno, è accaduto a me...

Ha tradotto molto dal ceco, dalle opere di Hrabal fino alla prosa contemporanea. A proposito del mestiere del tradurre, vorrei chiederle qual è la sfida più grande per un traduttore letterario e se, nello specifico, una lingua come il ceco porta con sé delle difficoltà peculiari.
In fondo non ho poi tradotto molto, anche se reputo la traduzione una delle sfide più interessanti cui si espongono gli studiosi di letterature straniere. In quanto traduttore sento negli ultimi anni l’assenza di testi “forti”, quindi, anche per una concomitante mancanza di tempo, finisco per rifiutare la maggior parte delle proposte che mi vengono avanzate. Si tratta quindi di un’attività a cui dedico una parte tutto sommato ridotta del mio tempo, anche se seguo con grande interesse le traduzioni della letteratura ceca in italiano. Da poco più di un lustro siamo di fronte peraltro a un radicale incremento delle traduzioni e degli autori tradotti. Piuttosto rapidamente si è creato un nuovo mercato editoriale internazionale, basato sulle fiere e i saloni del libro, sui premi letterari e sulla possibilità di leggere i libri in altre lingue (soprattutto in tedesco), che ha radicalmente mutato non solo la presenza di autori cechi tradotti in italiano, ma anche il lavoro stesso della traduzione letteraria. Se fino a pochi anni fa la quasi totalità di testi letterari cechi tradotti in italiano era opera di un numero molto ridotto di traduttori (che spesso, con i propri gusti e le proprie idiosincrasie, ricoprivano anche il ruolo di promotori di singoli volumi e di specifici autori), oggi il loro numero ha conosciuto una crescita rilevante (con tutti i problemi che questo comporta in un paese, qual è il nostro, che sostanzialmente non conosce una vera “educazione alla traduzione”). In generale è ora possibile, per un lettore curioso, avere davanti agli occhi anche in italiano una fotografia approssimativa della ricca produzione letteraria ceca contemporanea, spesso a pochi anni dalla pubblicazione dei libri in lingua originale. Dieci anni fa una cosa del genere sarebbe stata del tutto impossibile. Indubbiamente tradurre dal ceco presenta a mio parere una serie di difficoltà peculiari, la maggiore delle quali (l’organizzazione della frase e in generale la sintassi), non è nemmeno la più appariscente, ma, essendo completamente diversa rispetto a quella dell’italiano, lascia spesso pesanti tracce in molte traduzioni, anche recenti. Se poi pensiamo che, per quanto strano possa sembrare, non esiste un buon dizionario dal ceco all’italiano, intuiamo facilmente quanti problemi incontrino soprattutto i traduttori alle prime armi. Va poi aggiunto che alcuni piccoli editori offrono cifre talmente ridicole per traduzioni anche molto impegnative che possono essere accettate solo da un principiante. Questa è anche la causa dello scadente livello linguistico di alcuni libri recenti. La sfida più affascinante per un traduttore dal ceco resta comunque quella dei testi di Hrabal, la cui lingua è caratterizzata da uno stile talmente particolare da soffrire più di altri autori il processo di traduzione. E la sfida consiste allora nel cercare di ridurre, per quanto possibile, questa sofferenza…

Come giudicherebbe la prosa ceca contemporanea? A mio avviso si tratta di un panorama molto vivace, con diversi autori giovani che danno alla luce romanzi dagli stili eterogenei. Qual è la realtà della letteratura ceca contemporanea in Italia oggi? Quali autori inediti in Italia si sentirebbe di promuovere?
La letteratura ceca si è scrollata di dosso, anche con una certa dose di sana brutalità, l’etichetta di letteratura impegnata che così tanti problemi le aveva causato, specie agli occhi degli editori stranieri, a partire dalla fine degli anni Ottanta, quando nel mercato letterario internazionale abbiamo assistito a quella che, banalizzando un po’, potremmo definire un’evidente riaffermazione dell’elemento narrativo su quello riflessivo. Ricordo molto bene a questo proposito la diffidenza degli editori italiani nei confronti della cosiddetta letteratura del samizdat, che aveva invaso il mercato editoriale ceco all’inizio degli anni Novanta, dopo aver circolato lungo canali alternativi e clandestini nel ventennio precedente. Da un certo punto di vista la ricca produzione della letteratura ceca non ufficiale del periodo del comunismo ha raggiunto i lettori troppo tardi e, dopo un momento piuttosto breve di ricezione euforica, è stata presto messa da parte. C’è voluto molto tempo e un profondo ricambio generazionale per assistere all’odierna stratificazione della letteratura dal punto di vista di generi, temi e forme, che ha assunto però, nel giro di pochi anni, un’ampiezza davvero sorprendente. Si tratta peraltro di una letteratura che, in un periodo di crisi generale del prodotto editoriale, incontra il favore dei lettori ma viene spesso criticata (anche duramente) da una lettura specialistica rimasta per molti aspetti legata a un’immagine di letteratura che, semplificando, potremmo definire “impegnata”. Succede così spesso che alcuni libri, pur avendo venduto molte copie nonostante giudizi critici per lo più negativi, trovino spesso editori stranieri disposti a tradurli e pubblicarli in tempi molto brevi. Al di là del caso, unico e irripetibile, di Michal Viewegh, che è stato in grado di trasformare la serie dei propri libri in una sorta di “serial di successo” occupando la vetta delle classifiche delle copie vendute ormai da vent’anni, il numero di scrittori sotto i quarant’anni ben accolti dal pubblico è in costante crescita. In particolare mi sembra degna di nota la rapida affermazione di una vivace letteratura femminile che, tra le altre cose, ha anche il merito di aver riscoperto alcuni temi storicamente tabù per il grande pubblico. Alcune di queste autrici, del resto, le ha intervistate lei stessa per questo sito. In generale, per quanto riguarda le traduzioni in italiano, mi sembra esserci un fermento notevole, cosa testimoniata anche dal crescente numero di editori che richiede consulenze e traduzioni. Oltre ai numerosi autori già usciti, altre traduzioni sono in programma nei prossimi due anni, anche grazie all’intelligente sostegno alla traduzione concesso dal Ministero della cultura della Repubblica ceca. Gli scrittori cechi sono spesso presenti ai principali festival letterari italiani e l’immagine della letteratura ceca contemporanea che può ricavare un lettore scrupoloso è quindi oggi piuttosto precisa. Certo solo raramente si tratta di libri presenti nelle librerie, sono quasi sempre pubblicati da piccoli editori che stanno svolgendo per la letteratura ceca un compito prezioso (penso ad esempio ad Atmosphere, Nikita, Forum, Keller, Nottetempo, :duepunti, ma anche a una piccolissima casa editrice come Poldi). Deprecabile è invece la sostanziale scomparsa di nuove traduzioni di autori cechi dai cataloghi dei grandi editori, in questo caso le eccezioni sono davvero pochissime. Nel complesso comunque la situazione mi sembra soddisfacente e, almeno per quanto riguarda la letteratura contemporanea, sicuramente migliore rispetto a qualche anno fa. Alla luce di tutto questo, la frequente chiusura delle cattedre di letteratura ceca non rappresenta certo il più importante e più urgente dei problemi da affrontare tra le tante contrazioni a cui stanno portando i continui tagli all’università pubblica, ma è buffo che coincida con il momento in cui, almeno dal punto di vista quantitativo, così consistente si è fatta la presenza di traduzioni letterarie ceche in italiano. Comunque, per restare agli aspetti positivi, quasi tutti i testi in prosa che negli ultimi tempi hanno vinto un premio letterario importante, saranno nel giro di un paio anni disponibili in italiano…

Considerando il suo interesse scientifico per il Novecento, volevo chiederle di suggerire a tutti coloro i quali siano interessati ad avvicinarsi alla letteratura ceca per la prima volta gli autori chiave di questo secolo insieme ai motivi per i quali i loro titoli non possono mancare in una libreria.
Per restare ai narratori e limitarmi a solo cinque nomi, direi senz’altro, oltre ai classici Karel Capek e Jaroslav Hasek, i “nuovi classici” Kundera e Hrabal, nonché Patrik Ouredník, il cui Europeana mi sembra il libro ceco più rappresentativo degli ultimi venti anni. Ma si tratta di autori che dovrebbero già essere compresi nelle librerie personali di ognuno di noi.

Torniamo all’ambiente più strettamente accademico. Sono molti gli studenti interessati alla lingua ed alla letteratura ceca e slovacca oggi? Qual è secondo lei l’interesse che spinge i ragazzi universitari ad appassionarsi ad una disciplina diventata oramai di nicchia nel mondo odierno? Si potrebbe e dovrebbe fare di più per sensibilizzare allo studio di questa disciplina?
Questo sicuramente è un punto più dolente. Se da un lato si tratta di studenti estremamente motivati e che in modo ammirevole riescono nel giro di un periodo tutto sommato breve ad acquisire notevoli competenze in una lingua “difficile”, il loro numero è in tutt’Italia in costante diminuzione. Le cause di questo fenomeno sono numerose, in primo luogo mi sembra trattarsi di una scarsa conoscenza della stessa geografia europea che rende sempre più difficile una scelta di questo tipo. Paradossalmente la situazione è addirittura peggiorata rispetto a vent’anni fa, quando la Cecoslovacchia era un’entità politica e culturale, se non ben conosciuta, quanto meno nota, mentre oggi la Repubblica ceca soffre molto (anche per proprie responsabilità) la scarsa visibilità all’estero, soprattutto sul piano culturale. Comunque c’è poco da fare, è un paese che è sparito dal palcoscenico della storia; per motivi anche comprensibili ora i riflettori sono puntati altrove. In questi anni Praga è, certo, diventata uno dei principali snodi di quelli che Karl Schlögel definisce i metropolitan corridors, mete ormai da decenni, tra le altre cose, delle famigerate gite scolastiche dell’ultimo anno del liceo o delle brevi vacanze di famiglia, ma la ricaduta culturale e di reale conoscenza di queste brevi “toccate e fughe” mi sembra francamente quasi nulla. Personalmente credo che, anche per dare reali prospettive di lavoro, sarebbe bene ideare programmi di studio che in qualche modo “costringano” gli studenti a inserire nei propri piani di studio anche contesti culturali a prima vista meno attraenti (nei corsi di laurea in lingue legando ad esempio la possibilità di scegliere le lingue più diffuse, a rotazione, a una di quelle cosiddette “minori”). L’esperienza recente va però in direzione opposta e, anche lì dove piani di studio del genere esistevano e funzionavano, sono stati rapidamente smantellati, con il risultato paradossale che per ambiti in cui ci sarebbe lavoro, c’è un numero di studenti ridotto. Se vogliamo invece considerare l’aspetto positivo della questione, va detto che fare lezioni di “nicchia”, per riprendere la sua espressione, è una delle cose più invidiabili che possano capitare a un professore universitario e, almeno credo, anche a uno studente. In genere posso testimoniare che i risultati che i nostri studenti ottengono, in occasione dei loro soggiorni di studio nella Repubblica ceca, sono ottimi. L’augurio è che in futuro possano cambiare anche le proporzioni numeriche perché, come ben sanno gli studenti che affrontano questa strada, è dura, ma ne vale la pena…

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