Chiara Beltrami Gottmer intervista Gustaaf Peek

Gustaaf Peek (1975) ha studiato lingua e letteratura inglese a Leida, specializzandosi in letteratura anglo-americana. Autori come Cormac Mc Carthy e Hemingway segnano il suo interesse per la letteratura anglofona. Solo in seguito si appassiona anche alla letteratura neerlandese. Ha pubblicato nel 2006 il primo romanzo Armin con Uitgeverij Contact. Nel 2008 il suo secondo romanzo Dover e nel 2010 Ik was Amerika, entrambi con Querido ed entrambi vincitori del premio BGN. Quest’ultimo ha riscosso notevole successo di critica, vincendo anche il premio Bordewijk. È anche redattore della rivista letteraria Revisor, sempre edita da Querido, a cui ha dato nuova vita e nuovo slancio attorniandosi di un valido gruppo di critici e giornalisti. Prima di darsi alla prosa, aveva esordito come poeta. Partecipa spesso a caffé letterari, incontri e conferenze, legate anche alla letteratura coloniale.

 

Ti consideri più un artista o un artigiano? In che misura? E cosa significa questo nel concreto del tuo lavoro?
Sono un artista, ma quando cominciai a scrivere, capii molto presto che la via che porta all’arte passa per l’artigianato. Ho letto in maniera ossessiva, scritto in maniera ossessiva, finché non mi sono appropriato del mestiere. Cos’è una frase, un capoverso, un capitolo, come funzionano i dialoghi, come creo un personaggio? Attraverso un controllo rilassato, infallibile degli strumenti artigianali può sorgere l’arte. Scandagliare la tecnica, ma continuare a dubitare del cuore. Io lavoro così.

Hai cominciato come poeta, e solo più tardi sei diventato scrittore, e poi critico. Quali influenze hanno queste diverse forme di scrittura sui tuoi romanzi?
Un mio amico, un poeta, mi disse una volta che leggendo i miei romanzi si vede che ho scritto poesia. L’ho trovato un complimento,e mi ha anche tranquillizzato. Evidentemente ogni mio passo compiuto da scrittore rimane in, mi accompagna attraverso le fasi successive. Tutto ha senso. Soltanto il poeta poteva scrivere romanzi, così come sono potuto diventare critico e saggista soltanto da romanziere. Il poeta ha scoperto le parole che il romanziere ha potuto usare, e il romanziere aveva ottenuto sufficiente coscienza della vastità letteraria da osare interpretare l’arte propria e altrui.

Il tuo lavoro presso la rivista Revisor è molto importante per la letteratura neerlandese, ma presumo anche per la tua crescita personale. Puoi raccontarci qualcosa a proposito?
In quanto persona provo alcune cose. Dal punto di vista professionale cerco di dedicarmi all’arte ed all’educazione. Revisor rappresenta il mio anelito a stimolare, a schiudere l’arte, in questo caso l’arte letteraria, e darle un posto prestigioso nella cultura. Il Revisor mi ha insegnato molto. Mi ha fatto collaborare, mi ha aiutato a creare una rete di contatti, mi ha dato per la prima volta un’etichetta concreta: quella di redattore. Imparo ancora ogni giorno.

I tuoi personaggi sono costretti a vivere al di fuori del loro contesto, l’atmosfera è spesso tesa ed i personaggi si muovono in un ambiente che non è loro familiare. Qual è la tua intenzione a riguardo? Vuoi forse mostrare quali scelte le persone fanno nel momento in cui non vivono in un ambiente protetto?
Domanda difficile. Che cos’è l’amore, che cos’è giusto, che cos’è impensabile, quando ti senti a casa? Queste sono le domande che mi tengono impegnato. Le scelte, sì, voglio renderle comprensibili alla ragione e al sentimento. Il perché di queste scelte che proiettano le persone al di fuori delle loro stratosfere familiari non lo so spiegare.

Le storie che racconti nei tuoi romanzi hanno a che fare con episodi meno conosciuti della storia. Il tuo obiettivo è di illuminare situazioni sconosciute e così raccontare la storia di anime perse?
Anime perse.Tendo a dare una risposta affermativa. Dare voce a persone che dovevano perdere le loro storie. Che altro può fare uno scrittore se non combattere contro il tempo indifferente? Ogni volta scopro contatti tra i casi più disparati, la storiami sembra sempre più una condesazione beffarda di sforzo e incapacità umana sempre reiterati.

Che cosa ti appassiona delle storie che racconti? Cos’è veramente importante per te per creare una storia e successivamente inventare delle situazioni?
Una domanda difficile. Mi accorgo che contrasti e paradossi mi attivano come scrittore. Questa cosa è possibile, funziona? Nonappena domande del genere cominciano a tormentarmi, comprendo che qualcosa mi appassiona e voglio saperne di più. Le situazioni che alla fine delineo, fuoriescono dai personaggi. Solitamente sento un personaggio, prima di vederlo. Mi raccontano la loro storia e a volte li lascio sfuriare e a volte metto loro un dito sulle labbra, li zittisco.

In che misura sono importanti il tuo retroscena personale e la tua storia quando scrivi un libro?
Vorrei rispondere volentieri a questa domanda, ma servirebbe un’autocomprensione che non ho. Le mie storie scaturiscono in me e in nessun altro, il mio retroscena personale è quindi di importanza essenziale. Ma dove la mia immaginazione trovi un’origine nella mia personalità: non lo so.

In aprile andrai a Padova per partecipare al convegno del gruppo Giovani Europei, ed in questa occasione si parlerà del tuo romanzo Dover e del tema del trauma. Sei in grado di dire se il trauma è un Leitmotiv in tutti i tuoi romanzi?
Sul trauma nel mio lavoro non avevo mai riflettuto prima dell’invito dei Giovani Europei. Ma nonappena ho applicato quel concetto ai miei romanzi, ho scoperto che si tratta di un argomento nascosto che finalmente era stato formulato esplicitamente. Cosa fa l’inimmaginabile a un individuo? É una domanda che ho posto già in tutti e tre i miei romanzi.

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