Giulia Ambrosi intervista Simona Popescu

Scrittrice, poetessa, saggista raffinata e imprevedibile (esperta di surrealismo), Simona Popescu è una delle figure di spicco dell’attuale scena letteraria romena. Poco più che ventenne quando cadde il regime di Ceau?escu, si è affermata a partire dagli anni Novanta assieme alla generazione di scrittori che ha rinnovato radicalmente il linguaggio e i contenuti della letteratura romena contemporanea. Insieme a Mircea Cartarescu (altro grande autore tradotto in Italia da Voland e Nottetempo), è oggi considerata la migliore rappresentante del nuovo corso della prosa romena: un’autrice originale e incisiva, dalle inesauribili risorse fantastiche ed espressive. Il suo romanzo di debutto Exuvii, pubblicato nel 1997, ha avuto grandissimo successo in patria, ottenendo il prestigioso Premio dell’Associazione degli Scrittori della Romania, ed è stato più volte ristampato. Exuvii è stato finora tradotto in polacco (2002), in ungherese (2008) e da ultimo in francese (2016). In Italia sono stati pubblicati due saggi di Simona Popescu sulla vita quotidiana durante il comunismo, in Nostalgia. Saggi sul rimpianto del comunismo (Bruno Mondadori, 2003) e in Compagne di viaggio. Racconti di donne ai tempi del comunismo (Sandro Teti Editore, 2011).

Le “crisalidi” (exuvii) che danno il titolo al romanzo, sono i vecchi involucri esistenziali, le età precedenti destinate all’oblio, che l’autrice insegue e colleziona, evocandole e chiamandole a raccolta nel presente della propria scrittura. Exuvii è un’autobiografia fantastica e, allo stesso tempo, è un’opera mondo, che si immerge negli abissi dell’Io, cercando di ricostruire dalle fondamenta non solo le diverse età e identità di una vita, ma anche gli universi in cui si innestano e la lingua che serve per descriverli.

 

“Quanto di lei è presente in Exuvii da una prospettiva individuale, intellettuale e di rappresentante della letteratura romena contemporanea?”

Innanzitutto spenderei qualche parola per rendere un po’ più chiaro il titolo. Exuvii, in romeno, è un neologismo ricercato, di origine latina e appartenente al lessico della biologia, che serve ad indicare gli involucri che alcuni animali – le farfalle, per esempio – abbandonano dopo la muta (in certi casi, si tratta di una vera e propria metamorfosi). A differenza di quanto avviene nel regno animale, la nostra specie conserva, in qualche modo, attraverso ciò che noi chiamiamo memoria, tutti i propri stadi o involucri precedenti, i quali non cessano mai veramente di esistere. Non siamo solo ciò che diveniamo (o che siamo divenuti), ma anche, e soprattutto, ciò che siamo stati. In questo libro, l’esperienza delle varie metamorfosi identitarie che ho attraversato è stato un mero pretesto per riuscire a parlare di me, degli altri, di tutto quello che ci permette di riconoscerci, al di là della nostra provenienza, al di là delle nostre età.

Sì, Exuvii è anche un romanzo autobiografico, ma si tratta fondamentalmente di una biografia il cui nodo centrale non sono gli eventi narrati, bensì l’intreccio di una vita còlta nel suo stadio iniziale (l’infanzia), che predispone ogni nostro ulteriore stadio esistenziale. Apparentemente narro un’infanzia e un’adolescenza, ma il mio libro parla anche di come un adulto, uno scrittore (una scrittrice) rivendica il proprio diritto di raccontare l’eredità di un modo, di riflettere, di rapportarsi al mondo, di comprenderlo, propria di quell’essere libero che è il bambino – lo siamo stati tutti; alcuni, tuttavia, a volte sembrano averlo dimenticato, oppure lo ricordano con toccante... distacco, con un’incapacità di comprendere derivante dalla riduzione di quella libertà alla quale accennavo). Lo scrittore “detiene” un linguaggio che lo rende in grado di tradurre la realtà dell’Analfabeta, dell’Infans (che in latino, lingua dei nostri comuni antenati, significa “muto”). Ho inoltre riflettuto su quanto la percezione “infantile” sia profondamente legata al concetto di entità – che Gertrude Stein contrappone a quello di identità, necessariamente congiunto all’aspetto sociale. I bambini, come pure gli adolescenti, sono esseri che il contesto non riesce a plasmare, a “formare” (deformare): creano da sé il proprio contesto, hanno il loro modo di prendere posto nel mondo, più precisamente al centro del mondo (e non ha alcuna importanza quale sia il loro luogo di nascita). È una legge della natura, che prescinde da qualsiasi volontà. Da quella particolare prospettiva, la realtà appare sconfinata, consente osservazioni di una particolare chiarezza, di una particolare purezza. In un certo senso, ritornano ad essere entità coloro che hanno l’opportunità di invecchiare molto a lungo: in virtù della propria saggezza, questi individui tornano indipendenti dal contesto. Tutti noi, a prescindere da quale sia la nostra nazionalità, siamo legati da quella che è la nostra entità, e divisi da quella che definiamo la nostra identità. Quest’ultima, il più delle volte, si “forma” anche mediante pregiudizi, preconcetti (razza, genere, nazionalità, ecc... – nozioni che pongono, da sempre, false barriere tra le persone). Alla pubblicazione di Exuvii mi è stato criticato il fatto di non aver rappresentato il “bambino romeno”. Il “bambino romeno”?!? I bambini sono bambini in tutto il mondo. Mi farebbe molto piacere sapere di aver raccontato, in qualche modo, anche il bambino italiano!

Lascio ad altri il compito di descrivermi in qualità di rappresentante della letteratura romena contemporanea.

Ha esposto un concetto analogo in occasione di un convegno tenutosi a Berlino tra il 27 e il 29 febbraio 2011, quando ha affermato: «Ad avvicinarci è la nostra entità, più che la nostra identità [...] Il bambino, lo scrittore sono, prima di ogni altra cosa, delle entità. Come membri dell’Europa dell’Est o dell’Ovest, dovremmo provare a negoziare quella che è la nostra identità, e a non tradire la nostra entità.»

A prescindere da quali possano essere l’estrazione sociale, il credo politico, al di là delle più svariate differenze, tutti i bambini, tutti gli adolescenti si assomigliano. Ma anche i veri scrittori, come i veri lettori, sono profondamente simili. Ad accomunarli è una sensibilità, una forza, una capacità di resistenza, un sentimento di empatia, di solidarietà, una fame di bello, un istinto vitale propri di chi è veramente libero. Fanno tutti parte di quel regno che Vladimir Nabokov chiama, nel suo meraviglioso romanzo Fuoco pallido, Zembla. Zembla, da Semberland: terra di riflessi, di somiglianze. L’identità è... un fardello. È tutto ciò che si deposita e che va a comporre il nostro involucro esterno, la “conchiglia” che, come lumache, ci trasciniamo sulle spalle. Pensa, uno può giudicarti sulla base della tua... “conchiglia”! Può essere una zavorra, l’identità, ma anche un rifugio. Dipende da come ti rapporti ad essa. Esiste un’identità che appartiene solo a noi e una che puoi condividere insieme ad altri, per questo dico che si tratta di qualcosa di pesante, di tremendamente complicato. Puoi parlare solo “in nome della tua personale umanità” (come direbbe Witold Gombrowicz), ma non anche a nome di una comunità, perché è rischioso (“noi”, “i romeni”, ecc). Per chi vive nell’Europa dell’Est è ancora più difficile (e lo è stato soprattutto in passato), ma forse anche per gli occidentali. Per un romeno, poi, le cose si complicano ulteriormente: deve fare fronte a pregiudizi di ogni genere (a loro volta portatori di altri pregiudizi), con i quali, di fatto (in qualità di individuo) non ha nulla a che spartire. Ho provato tutto questo sulla mia pelle dopo il 1990. Ben diversa me la immaginavo, la libertà. La tanto agognata liberazione dalla dittatura! I pregiudizi nascono dalle politiche, dalle realtà sociali, dal giornalismo superficiale, dalla fascia mediocre (forse dovrei dire meschina) della popolazione. Con mio grande stupore, una volta caduto il comunismo, ho avuto la sensazione che si stessero innalzando nuove sorte di frontiere. Una nuova cortina di ferro separa ora l’Europa orientale da quella occidentale. E questo in condizioni di totale libertà. È stato doloroso. Perché questa differenza non è più così nitida, così i pregiudizi. È tutto molto più sottile. Apparteniamo all’Unione Europea e abbiamo bisogno gli uni degli altri, questo sembra essere chiaro. Non è più concepibile, fortunatamente, sezionare il mondo attraverso criteri che rimandano a punti cardinali o su basi geopolitiche. C’è chi vuole costruire qualcosa e chi no, chi preferisce approfittarsene. C’è chi agisce in buona fede e chi ha a cuore soltanto i propri interessi. Questo è quanto. Ed è una tassonomia valida per tutta l’Europa e per tutto il mondo.

Per fortuna, in quella che è la cultura autentica non esistono pregiudizi. Per quanto mi riguarda, i veri scrittori trascendono le nazionalità. I veri scrittori, come i veri lettori. E come potrebbe essere altrimenti? Appartengono tutti al regno di Zembla! Non mi sognerei mai di leggere un autore italiano e ricercare in lui prima di tutto un rappresentante dell’Italia, ma mi rapporterei a lui come a un cittadino del mondo. Certo, potrà descrivere realtà specifiche del mondo dal quale proviene, ma ciò che a me interessa di un autore è il suo pensiero, la sua sensibilità, la sua personalità, e questo prima di ogni altra cosa. Provo anch’io ciò che provò l’anziano Goethe leggendo quel romanzo cinese (ritroviamo questo nei Colloqui con Eckermann): ad essere importanti sono le somiglianze, non le differenze. La letteratura è universale, trascende il tempo, gli spazi, ogni sorta di confini. Anche le differenze sono importanti, questo è vero, ci regalano qualche sapore in più. Ma quando parlo di somiglianza intendo qualcosa di più profondo, di general-umano, per usare un linguaggio d’altri tempi.

Ritiene che, in un modo o nell’altro, la lingua possa compromettere l’espressione della propria entità?

La lingua, di per sé, non compromette nulla, dipende dall’uso che ne fai, da quello che dici. I contenuti (soprattutto quelli impersonali, ereditati, raccattati) turbano tanto l’entità quanto l’identità. La letteratura, più in generale l’arte, unisce individui provenienti da ogni dove, che tanti altri fattori purtroppo separano... Ad ogni modo, è vero, devi prestare attenzione alle parole. Le parole possono anche essere trappole. Devi avere particolare cura affinché siano quelle giuste. A volte possono persino esprimere il contrario di quanto avevi in mente.

Ci racconta qualche cosa riguardo al parallelismo EXUVII / INGLUVII?

Per potermi addentrare in questo dovrei prima dirvi che ho appena finito di scrivere un libro iniziato parecchio tempo fa, intorno al 2003, in seguito ad un incontro con Herta Müller e un altro scrittore ungherese, Géza Szocs, entrambi vissuti per molto tempo in Romania (Herta Müller ora abita in Germania, Géza Szocs in Ungheria). In quella sede ci furono rivolte, di fronte a un pubblico trilingue, alcune domande riguardanti la lingua romena, la Romania, l’Est Europa. Mi resi conto di essere totalmente impreparata ad affrontare questo genere di argomenti, e quella constatazione mi rattristò. Così mi impegnai a rifletterci seriamente su, e da quelle riflessioni nacque un libro (che ho terminato diverse volte, a dire il vero, ma che spero di riuscire a pubblicare entro quest’anno, oppure all’inizio del prossimo). Le borre (ingluvii, in romeno) costituiscono solo un capitolo all’interno di un più vasto libro... sul mondo. Una borra è conseguenza di un rigurgito. Per spiegarmi meglio, vi faccio l’esempio di alcuni uccelli, tra i quali la cicogna, che ingeriscono vari tipi di prede (rane, ricci, serpenti...) impossibili da digerire nella loro interezza, i cui resti (pelle, aculei, ossa, ecc...) vengono perciò rigurgitati, solitamente a distanza di un giorno, sotto forma di un piccolo conglomerato, una specie di polpettina. Stando a quanto ho capito, queste “polpettine” sono molto utili ai biologi, i quali, sezionandole, ricavano numerosi indizi sull’equilibrio all’interno della catena alimentare, sulle condizioni climatiche o, ancora, sull’incremento o sulla diminuzione di svariate specie... una sorta di vero e proprio censimento faunistico.

Eh, ne ho mandate giù parecchie di cose che poi non sono stata in grado di “digerire”, avendo vissuto in una dittatura, ma (è questo il colmo) soprattutto dopo! Noi romeni vantiamo un ampio repertorio di espressioni idiomatiche volte ad illustrare questo tipo di contesti in cui sei obbligato a sopportare certe umiliazioni, situazioni spiacevoli che non lasciano scampo. Le espressioni sono collegate tra di loro, di solito capita di sentirle tutte insieme: inghiottire a vuoto, ingoiarsi la lingua, ingoiare nodi, ingoiare le lacrime (non molto tempo fa ho sentito anche inghiottire un rospo). I francesi ingoiano serpenti... non so gli italiani come se la cavino nella materia “ingluttire” (termine dei nostri comuni antenati).
Ne ho mandate giù di cotte e di crude, dunque. E le ho “rigurgitate” in letteratura. Ma, al di là di questo, il libro ha saputo orientarsi, pian piano, come una pianta in perfetta salute, verso quanto vi fosse di luminoso. Mi sarebbe piaciuto chiamarlo, se questo titolo non fosse già stato scelto da Nicolas Bouvier, Il senso del mondo (l’originale francese si intitola L’usage du monde). È strano che in Italia sia stato tradotto come La polvere del mondo... Ma anche Exuvii è un libro che indaga il senso del mondo, l’usage du monde... di certo, non la sua polvere.

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