“Il taccuino dorato” visto da occhi israeliani (Conversazione con Tamar Herzig)

Tamar Herzig è una storica israeliana. Nata e cresciuta a Raanana, ha completato i suoi studi presso l’Università ebraica di Gerusalemme e ha compiuto ricerche a Madison, Chicago, Filadelfia, Los Angeles e Villa I Tatti (Firenze). Insegna Storia moderna all’Università di Tel Aviv, dove dirige anche l’Istituto Curiel di studi europei.

 

Hai scelto come libro della tua “confessione letteraria” il romanzo di Doris Lessing "The Golden Notebook" (Il taccuino dorato), tra i libri preferiti dello scrittore inglese Anthony Burgess. Ce ne puoi spiegare le ragioni?

Ho ricevuto il libro in regalo da mia madre nel 1993, poco prima che compissi diciott’anni e cominciassi il servizio militare obbligatorio, ed ebbe un enorme impatto su di me. Il romanzo ha una struttura complessa. Ha una cornice narrativa (Free Women) divisa in cinque parti che sono separate da brani estratti dai quattro quaderni (nero, rosso, giallo e blu) che la protagonista principale, Anna Wulf, sta scrivendo nel tentativo di dare senso al caos del mondo in cui vive e al senso di frammentazione che sta provando. Anna non è l’eroina archetipica che si avventura in una ricerca chiaramente definita; anzi, sta attraversando un esaurimento nervoso e il processo del collasso mentale è uno dei temi principali del libro. Anche se sta lottando disperatamente per dare senso a un mondo sempre più minaccioso e incoerente, tuttavia, il personaggio di Anna è quello di una donna forte, di mentalità indipendente; una “donna libera” per intenderci nel contesto della connotazione che questo termine aveva in inglese all’epoca della pubblicazione del libro nel 1962, quando la seconda ondata del femminismo stava prendendo slancio nel mondo anglofono.

Anna Wulf era la protagonista letteraria femminile più impressionante che avessi mai incontrato fino ad allora, e la prima il cui personaggio non era definito in termini dei suoi rapporti con gli uomini, a differenza di come le donne erano raffigurate nelle “grandi narrative” della letteratura israeliana a cui ero abituata. Nella società israeliana, anche oggi (infatti, anche se sono cambiate molte cose dai primi anni ’90, certe norme e aspettative di genere sono rimaste invariate, e addirittura sono diventate più conservative), le ragazze sono educate a vedere il diventare mogli e madri come lo scopo principale da raggiungere nella vita adulta. Ciò ha a che fare con il fatto che Israele è una società basata sulla famiglia, in cui in genere le donne si sposano e hanno figli considerevolmente prima, e partoriscono un maggior numero di bambini, rispetto alle loro controparti del mondo occidentale. Fondato sulla scia della catastrofe demografica della Shoah, lo stato di Israele ha sempre mantenuto una politica pronatalista particolarmente dinamica. La sociologa Israeliana Kinneret Lahad ha dimostrato che i modi in cui viene esercitata la pressione di sposarsi giovani – in modo che le donne abbiano una quantità di bambini maggiore – hanno profondamente plasmato le vite delle donne nel paese, e in particolar modo l’attitudine negativa nei confronti delle donne non sposate.

Cresciuta in una società dominata da un’ideologia a favore del matrimonio e delle nascite numerose, leggere un romanzo che comincia con la frase “Le due donne erano sole nell’appartamento di Londra” era semplicemente una rivelazione. Le due donne sole nell’appartamento di Londra – Anna e la sua migliore amica Molly, la sua interlocutrice in diverse conversazioni del romanzo – sono proprio sole nel senso che non sono caratterizzate in termini di relazioni con uomini, anche se la loro società ha difficoltà a dare senso a come giudicare la mancanza di queste relazioni. Eppure Anna e Molly si inventano, e sono ritratte per tutto il libro come personaggi totalmente profondi. Sono coinvolte negli eventi politici e sociali dell’epoca, sono occupate in attività creative e inseguono carriere appaganti mentre mantengono sé stesse e i loro figli.

Ecco che quando mi hai chiesto di pensare a un libro che mi ha influenzato, Il taccuino dorato è stato quello che per primo mi è venuto in mente per via della sua ricchezza mozzafiato di esperienza femminile nel mondo con cui mi ha sommerso la prima volta che l’ho letto. Eppure, come tutti i capolavori letterari, il valore del libro non può essere ridotta a un solo aspetto. Un altro tema che mi ha attratto quando l’ho riletto qualche anno più tardi è la schietta cura con cui Lessing tratta dolorosamente il disincanto di Anna col Comunismo dopo la morte di Stalin. È stato facile identificarsi con la descrizione della disillusione verso un’ideologia politica mentre nel mio paese il Processo di Pace era giunto virtualmente al termine con l’assassinio di Rabin, e la sinistra, che aderiva ai vecchi motti che si erano già dimostrati insostenibili, diveniva sempre più alienata (così come rimane oggi, con il continuo potenziamento dei partiti religiosi e di destra di Israele). Tornando al libro, ora mi immedesimo in altri suoi temi, che credo di non aver compreso appieno la prima volta che l’ho letto perché troppo giovane e ingenua. Ogni volta che vi faccio ritorno, mi colpisce in quanto opera letteraria tremendamente potente.

Il romanzo narra le vicende della scrittrice Anna Wulf e del suo tentativo di legare i primi quattro quaderni in cui registra i suoi pensieri con l’ultimo, il quinto, appunto un taccuino color oro. Questo libro è stato spesso definito “as the 'bible' of Women's Liberation, as a political tract and as a story of mental breakdown". Quanto è presente tutto ciò nella tua professione di studiosa di storia delle donne?

Credo che questo abbia a che fare col fatto che le protagoniste de Il taccuino d’oro sono donne completamente occupate con le maggiori vicissitudini dei loro tempi e che vi partecipano attivamente. Quando ho cominciato a pensare all’argomento della mia tesi di dottorato in Storia europea, ho deciso che sarebbe stato interessante esplorare i ruoli che le donne hanno rivestito in uno dei più importanti movimenti religiosi italiani della prima età moderna, quello ispirato dal profeta domenicano e riformatore, fra’ Girolamo Savonarola. Gli storici sono stati a lungo a conoscenza dei sermoni, delle lettere e dei trattati che fra Girolamo indirizzava specificamente a donne di vari settori della società – suore, vedove, mogli di principi, ecc. Ciononostante, l’impatto che la predicazione del frate e la sua scrittura ebbero sulle donne, e il loro contributo nel promuovere i suoi ideali religiosi e spirituali, e specialmente a mantenere la sua memoria viva dopo il rogo del 1498, non sono state esplorate sistematicamente. La tesi è stata in seguito pubblicata dalla University of Chicago Press nel 2008, e tradotta in italiano come Le donne di Savonarola. Spiritualità e devozione nell’Italia del Rinascimento (Carocci, 2014).

In questo progetto e nella ricerca storica che ho portato avanti in anni più recenti, mi sono trovata ad avere a che fare non solo con le questioni storiche che mi hanno interessato riguardo i secoli XV e XVI, ma anche con problemi metodologici inerenti lo studio delle donne premoderne, e innanzitutto con la relativa pochezza delle fonti che documentano le vite delle donne che non appartenessero alle classi alte della società. Così, anche la nipote di Savonarola – una ragazza che assunse il nome di Suor Girolama nel 1500 in onore dello zio e si unì a un istituto guidato da una santa viva savonaroliana, seguendo quanto fra Girolamo aveva proferito in un’apparizione a quest’ultima– non è menzionata in quelle che sono diventate le fonti tradizionalmente usate per studiare il movimento di Savonarola o il suo culto postumo.

Sono stata (e sono ancora) affascinata dai fenomeni religiosi, e le opportunità spirituali che il cattolicesimo ha sempre offerto alle donne– specialmente a quelle misticamente inclini– è quello che mi ha attratto allo studio della storia del cristianesimo. Ciò è essenzialmente una ricerca delle attività delle donne fuori dai confini della vita famigliare, in cui le donne ebree erano tradizionalmente confinate, e che era l’unica sfera in cui potevano esprimere le loro aspirazioni spirituali.

Dopo aver completato il mio libro sugli ambienti savonaroliani fuori di Firenze, ho dedicato uno studio alla visionaria e stigmatizzata Lucia Brocadelli da Narni, le cui esperienze mistiche risvegliarono l’interesse del cacciatore di streghe alsaziano Heinrich Kramer (Institoris), considerato il più grande misogino della prima età moderna. Questo studio è un’esplorazione che si concentra sulla sessualizzazione di importanti categorie religiose, ossia stregoneria, eresia e santità, nella fase chiave della loro concettualizzazione, e rientra meglio in quello che potrebbe essere chiamato “storia di genere” piuttosto che propriamente “storia di donne”.

Israele è considerato un paese all’avanguardia nel riconoscimento dei diritti umani rispetto ad altri paesi mediorientali. Qual è la condizione della donna e soprattutto vi sono delle differenze nel suo stile di vita tra le varie classi sociali ed etniche che compongono il paese?

La condizione delle donne in Israele è indubbiamente molto migliore che in qualunque altro paese del Medioriente. Lo stile di vita delle donne laiche assomiglia a quella delle loro controparti europee in molti aspetti; le ragazze che frequentano scuole laiche godono di pari educazione e molte proseguono per prendere parte alla prosperità scientifica e tecnologica di Israele. Nel 2009, Ada Yonath ha vinto il premio Nobel per la chimica, prima donna israeliana a vincere il prestigioso premio.

La situazione è diversa per quelle donne che appartengono a specifiche comunità che aderiscono a precetti religiosi patriarcali come gli ebrei ultraortodossi (Haredi). La legge israeliana permette a diversi settori nello stato di avere i loro sistemi di educazione indipendenti, e nelle scuole ultraortodosse c’è una separazione dei sessi sin dalla tenera età. Alcune comunità ultraortodosse raccomandano una severa separazione, e nelle città in cui c’è una grande popolazione ultraortodossa – soprattutto a Gerusalemme – le pubblicità che mostrano donne (anche se vestite in maniera modesta o disegnate anziché fotografate) sono state rigorosamente sfigurate per molti anni, ed ora non le si vede più. All’incirca nell’ultimo decennio, il crescente potere politico dei partiti ultraortodossi ha portato anche a un’esplicita e spesso violenta campagna per rafforzare la separazione tra i sessi nei mezzi pubblici che servono primariamente quartieri ultraortodossi a Gerusalemme e in altre città israeliane – giustificata dal pretesto che la presenza delle donne di tutte le età induce in irresistibile tentazione gli uomini, guidandoli inevitabilmente a pensieri peccaminosi. Quindi, per prevenire il peccato degli uomini ultraortodossi, tutte le donne (comprese le donneo incinte) sono confinate sul fondo dell’autobus. La corte suprema israeliana ha emanato che questa suddivisione non è illegale “se tutti i passeggeri sono d’accordo”, e alcune linee di autobus sono ora formalmente designate come linee in cui la suddivisione è forzata. Così abbiamo un paese in cui ci sono donne membri del parlamento e ministre, scienziate e professoresse universitarie, ma se capita loro di salire su un autobus in certi quartieri sarà loro ordinato di salire dalla porta sul retro e concesso di sedere solo nella parte posteriore dell’autobus. Questa situazione ovviamente rende la teorica uguaglianza legale delle donne nello stato di Israele ben diversa dalla situazione nei paesi europei o negli Stati Uniti.

Purtroppo, i diritti delle donne sono sempre considerati di importanza secondaria rispetto ad altre questioni “maggiori” che Israele affronta, come minacce di guerra, attacchi terroristici e via dicendo. Qualunque partito politico sia al potere, tende a cedere alle pretese dei partiti ultraortodossi, al fine di guadagnare il loro sostegno per il governo. Questa situazione è particolarmente lamentabile alla luce della mancanza di separazione tra Stato e Religione. Israele è stato fondato nel 1948 come stato sia democratico che ebraico, per ragioni storiche che non hanno bisogno di essere reiterate qui. L’essere stato creato come “Stato ebraico” ha comportato l’aspetto prevalente per cui le vite dei cittadini ebrei sono soggette alle prescrizioni dell’Halakha (la legge ebraica). Queste comprendono matrimonio, divorzio e sepoltura. Non c’è matrimonio civile in Israele, cosicché se due ebrei vogliono sposarsi possono farlo solo attraverso il rabbinato, i cui impiegai vanno pagati dallo stato, a meno che non si sposino in un altro paese. Anche se fanno così, comunque, se uno dei due volesse mai chiedere il divorzio, questo potrebbe essere fatto solo attraverso un tribunale rabbinico. I tribunali rabbinici, che sono presieduti da rabbini – cioè, da uomini ultraortodossi – sono gli unici con l’autorità di concedere un certificato di divorzio. Questi tribunali sono ancora regolati secondo la Legge Ebraica, codificata tanti secoli fa, in cui il marito deve acconsentire a divorziare e deve ripudiare la moglie in un’umiliante cerimonia, in cui lui enuncia che lei a questo punto può essere posseduta da “qualsiasi altro uomo”. Se i mariti non sono disposti a divorziare, le donne sono intrappolate in una situazione impossibile. La supremazia dei tribunali rabbinici in materia di divorzi è uno dei principali interessi delle attiviste femministe in Israele oggi, e nel 2014 un eccezionale film interpretato dall’attrice recentemente defunta Ronit Elkabetz ha documentato l’umiliazione delle donne inferta da loro (il film è uscito anche in Italia: http://www.cineuropa.org/f.aspx?t=film&l=it&did=255602 ).

Quale ruolo può avere la letteratura o in genere la cultura nell’emancipazione della donna oggi?

Le donne scrittrici ora appaiono nella letteratura israeliana in un numero significativamente più grande rispetto agli anni ’80 e primi anni ’90. Parecchie di loro affrontano argomenti sociali e problemi che hanno a che fare con i diritti delle donne. Nel 2013, la poetessa e traduttrice Dorit Weisman ha raccolto molte poesie in un’antologia di protesta sociale femminista israeliana, intitolata The Naked Queen. Le poesie trattano di alcuni degli intensi problemi legali che ho menzionato prima, in particolare la discriminazione delle donne nei mezzi pubblici. È questo l’argomento di una bellissima poesia intitolata 57 per via di una specifica linea di autobus in cui la sua autrice, l’ebrea ortodossa Bakol Sarloi, è costretta a sedersi nel retro malgrado la teoricamente legale decisione della corte suprema che richiede il consenso di tutti i passeggeri alla separazione dei sessi su un autobus specifico. Altre poesie trattano norme sociale e aspettative di genere, e in particolare la pesante pressione esercitata sulle donne israeliane affinché si sposino giovani, che è presente nella toccante poesia di Anat Levin Wedding (disponibile nella traduzione inglese .), e si sottopongano a dolorosi e pericolosi trattamenti fertilizzanti per avere bambini – che è ancora considerata la vocazione femminile primaria– come sottolineato nella provocatoria Fertility Lexicon (qui la traduzione inglese). Scrivere opere letterarie su argomenti del genere, chiaramente, significa che sempre più donne – e anche uomini – sono insoddisfatti della disuguaglianza sociale che ancora prevale. Allo stesso tempo, credo che leggere le opere di autrici femministe di altri paesi, alla luce dei cambiamenti nelle relazioni di genere che là si sono verificati negli ultimi decenni, continui a essere importante affinché le giovani donne siano ispirate a vedersi autorizzate a uguali opportunità, e a battersi per cercarle.

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