Antonio (Nino) Mancini è stato uno dei protagonisti della famigerata banda della Magliana. In seguito è diventato collaboratore di giustizia e oggi lavora con i disabili.

 

A quando risale la scoperta di Pasolini e qual è stata la prima opera che ha acceso la tua passione?
La prima volta in assoluto in cui ho sentito il nome di Pasolini avevo più o meno 12/13 anni e fu dentro un commissariato di polizia, dov'ero stato portato con altri due amici della mia età, dopo che una pattuglia ci aveva bloccato a bordo di una Lambretta rubata. Mentre eravamo trattenuti in attesa che i nostri genitori venissero a prenderci per riportarci a casa, visto che eravamo minorenni, il Commissario giocherellando con una matita e fissandomi intensamente mi domandò: "lo conosci Pasolini?". Mi ricordo che mi irrigidii e dissi subito No! La mia preoccupazione era che quel Pasolini potesse essere un ladruncolo come me o un derubato. Ma la scoperta vera e propria avvenne un anno dopo quando con i miei stessi compagni di giovane batteria fummo arrestati e portati nel carcere dei minorenni di Porta Portese a Roma. Io sono stato sempre un appassionato di scritture e di letture sin da piccolo; durante la detenzione un giovane agente di polizia penitenziaria, vedendo la mia passione per la lettura, mi disse: “mo te lo porto io un bel libro da legge al posto di quei mattoni”. Quel “mattoni” era riferito al tipo di libri che si trovavano in quegli anni nelle biblioteche carcerarie. Che so: Guerra e Pace, La Signora Miniver e roba del genere... Il primo libro che mi portò fu "Ragazzi di vita" e lì ritrovai quel Pasolini che mi aveva tanto allarmato!

Cosa significava all'epoca leggere Pasolini nella periferia romana (o in carcere)?
Significava quanto meno una stranezza; erano gli anni di Diabolik, Satanik e altri fumetti di quel genere che leggevano i miei amici e che facevano anche parte delle mie letture fino alla scoperta di Pasolini.

Come veniva giudicato in quel contesto un lettore di Pasolini, un autore scomodo sia per le sue tendenze omosessuali sia per quello che scriveva?
Per quanto riguarda noi ragazzi, Pasolini era sconosciuto; certamente quando venne fuori la storia della sua omosessualità per me che lo leggevo iniziarono a riservarmi punzecchiature e sfottò. Cosa che non accadeva con i lettori adulti dal momento che Pasolini era considerato un intellettuale illuminato, tenendo conto poi che era un compagno e in una borgata rossa com'era la mia, cioè San Basilio, è chiaro che era molto apprezzato. Il mio trasporto per l'intellettuale Pasolini ha avuto uno sbandamento quando scrisse che tra i celerini e i giovani ribelli di Valla Giulia stava con i primi perché figli del popolo: certo, i famosi figli del popolo che da sempre manganellano il popolo.

Leggendo i romanzi di Pasolini ti sei mai immedesimato in uno dei protagonisti? Se si, con chi e per quale ragione?
No. In un personaggio particolare non mi ci sono mai identificato. Io mi identificavo nelle storie e nei protagonisti di quelle storie che non erano differenti da quelle che io e i miei amici vivevamo. Certamente dopo aver visto 10, 20 o 30 volte (non mi ricordo nemmeno più quante…), il film Accattone, mi sono identificato col personaggio principale, per l’appunto con l'Accattone e con l’attore che lo impersonava (Franco Citti), al punto che mi son guadagnato proprio quel soprannome. In realtà all’inizio tutti mi chiamavano col nome dell’attore, "Franco Citti", ma poi, forse perché i miei amici facevano troppa "fatica" a pronunciare due nomi, divenni più semplicemente "Accattone".

Quanto ti ha aiutato (sempre ammesso che lo abbia fatto) nei tuoi anni in carcere la lettura di libri?
La lettura divora i tempi lenti della galera. Le mie giornate erano divise tra le chiacchiere carcerarie con i compagni di cella e di "ora d'aria", la musica sparata dalle cuffiette e la lettura dei libri che settimanalmente mi facevo portare dalla mia famiglia.

Visto che abbiamo parlato di immedesimazione con personaggi della finzione, cosa diresti a chi oggi si impersona col tuo doppio, Nino Mancini, letterario e cinematografico?
Non potrei dire altro che quello che loro stessi, attori o diciamo cosi "i divulgatori della storia", hanno detto a me quando mi hanno conosciuto: "'Azzo ma tu sei un'altra persona!"

Come vivi il rapporto col tuo alter ego virtuale? Non c’è il rischio che il tuo quotidiano sia una semplice proiezione del tuo personaggio fittizio, nel senso che tutti si aspettano da te quanto leggono nei libri o vedono nei film?
lo vivo a volte divertendomi e a volte scoglionandomi. Per esempio mi diverte e mi scogliona contemporaneamente quando, agli amici di Facebook che vengono qui per conoscermi personalmente, devo spiegare che quello sfregio sul viso che mi avrebbe fatto il Bufalo del film e della fiction non ci può essere, perché è un fatto mai accaduto. Mi diverto, ma sinceramente non mi scogliono, quando invece vengono ad intervistarmi giornalisti italiani o di altre nazioni che rimangono stupiti dalla mia padronanza di linguaggio, quel linguaggio che nelle rappresentazioni del mio personaggio interpretato da altri non trovano.

Quali sono oggi gli autori che leggi?
Oggi, impegnato come sono a prendermi cura dei miei amici "dolenti", ho molto poco tempo per la lettura: a parte uno o due quotidiani giornalieri, leggo soltanto libri di denuncia, per esempio, Travaglio, Rizzo e Stella e autori simili.

Si parla molto dei libri su di te e molto di meno di quello che scrivi? Eppure Col sangue negli occhi scritto insieme a Federica Sciarelli ha ricevuto moltissimi apprezzamenti. Stai scrivendo qualcosa? Se sì, vuoi dirci di cosa si tratta?
Intanto grazie per gli apprezzamenti che fai sul libro "Con il Sangue agli occhi". Ho scritti altri due libri: il primo intitolato "Qualcuno è vivo", ed è una cavalcata "epica" romanzata su quarant'anni di criminalità romana. Il secondo, intitolato "Il Boss e il Nagual", l’ho scritto insieme a Emmanuele Gherardi, uno studioso di sciamanesimo, il quale dà un senso di spiritualità al mio percorso di vita. Io racconto degli episodi di cui sono stato protagonista e lui li ammanta, appunto, di un percorso sciamanico. Entrambi i libri sono in visione preso alcune case editrici, una delle quali è la Rizzoli, con la quale ho un contratto decennale ma che al momento non so se sarà rinnovato o meno. Scrivere a me piace: far conoscere la propria storia attraverso la scrittura a più persone è importante per me perché mi aiuta a guarire le ferite che ho ancora dentro. Può essere inoltre di aiuto a chi vuol sapere come sono andate certe cose. Comunque anche se la mia scrittura avesse una cerchia limitata di lettori - gli amici, le scuole e le associazioni dove vengo chiamato a raccontarmi – per me andrebbe bene lo stesso.

Un’ultima domanda, stavolta non letteraria, che prende spunto dal famoso articolo di Pasolini “Cos'è questo golpe? Io so” (“Corriere della Sera”, 14 novembre 1974). Ritieni che si avrà mai una verità “oggettiva” sulle vicende della Banda della Magliana o ci sono ancora delle verità scomode che non è il caso di divulgare?
Io, per quello che era stato il protagonismo della Banda, ossia i fatti e i fattacci della stessa, li ho messi nero su bianco. Devo dire che molte inchieste sono state aperte e seguite con molto impegno da parte degli investigatori. Mentre altre soltanto sfiorate e poi abbandonate. Molto probabilmente perché a volte non è sufficiente una dichiarazione per arrivare alla verità. Soprattutto se quella verità raggiunge il potere.

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